Revista THEOMAI   /  THEOMAI   Journal
Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo / Society, Nature and Development Studies

 

número 2 (segundo semestre de 2000)  
number 2 (second semester of 2000)
                           

 

 


La storia della famiglia nella storiografia europea: alcuni problemi


Franco Ramella
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Conferenza tenuta all’Università di Quilmes il 26 settembre 2000

* Università di Torino, Italia ramella@cisi.unito.it

 


Ho scelto di parlarvi di storia della famiglia che, come sappiamo, è un campo di studi relativamente recente che ha avuto un grande sviluppo a partire dagli anni Settanta, ha raggiunto il suo apice negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, con un’enorme produzione di saggi e di libri, varie autorevoli riviste, innumerevoli convegni. Ma è un campo di studi piuttosto specialistico, come chi fra di voi lavora sulla famiglia ben sa. Perché dunque parlarne a un pubblico in cui sono più gli studiosi che hanno altri interessi, e che anche non sono degli storici ? Per due ragioni, essenzialmente.

Gli studi di storia della famiglia nel mondo occidentale hanno preso da tempo direzioni diverse, alcune delle quali molto promettenti. Ma, al loro nascere, hanno visto svilupparsi e scontrarsi due tendenze opposte, su cui vale la pena di soffermarsi.

La prima tendenza, che è quella che inizialmente si è più affermata tra gli studiosi, è stata profondamente marcata dall’idea che la famiglia abbia avuto una parte fondamentale nei grandi processi dello sviluppo del capitalismo, dell’industrializzazione o della cosiddetta modernizzazione. La famiglia e le sue trasformazioni sono state cioè considerate in stretta connessione con il cammino dell’umanità verso la modernità, secondo una visione molto specifica (e anche molto ideologica) della modernità.

La seconda tendenza è entrata in polemica diretta ed esplicita con la prima, mettendone in discussione i fondamenti. Ne ha contestato la metodologia, ma soprattutto i presupposti evoluzionistici, che si rifacevano ai grandi paradigmi del pensiero sociologico ottocentesco e al loro continuo aggiornamento nel corso del Novecento. Ha così focalizzato l’attenzione su un nodo tuttora irrisolto ma fondamentale che interessa molto da vicino il lavoro e la riflessione degli storici: quale valore dobbiamo attribuire alle relazioni personali nello studio della società ?

Questa domanda ha uno speciale rilievo per gli storici che si occupano della società moderna. I classici delle scienze sociali hanno sostenuto che la società moderna si caratterizza per la natura essenzialmente universalistica delle relazioni sociali, relegando le relazioni personali, le relazioni particolaristiche, alla società tradizionale e quindi negandone qualsiasi ruolo, qualsiasi rilevanza sociale nell'era della modernità.

Dobbiamo continuare ad accettare questi assiomi, o dobbiamo cominciare – o continuare – a metterne in dubbio la validità ?

L’influenza di questa concezione della società moderna è stata enorme sulla storiografia, data la sua sudditanza quasi sempre acritica nei confronti dei classici delle scienze sociali. In particolare, nella seconda metà del Novecento, la teoria della modernizzazione ha rappresentato, in modo più o meno consapevole, un punto di riferimento teorico molto importante per gli storici, soprattutto – come è ovvio – per gli storici dell’età dell’industrializzazione.

Questo quadro teorico è ora entrato in crisi: un indicatore significativo della sua crisi è il fatto che si è cominciato a parlare di società post-moderna per indicare l’apparente risorgenza nel cuore delle nostre società moderne di fenomeni che, secondo quel quadro teorico, avrebbero dovuto da tempo essere superati.

Nelle scienze sociali si è così aperto un processo di revisione a cui sarebbe utile prestare maggiore attenzione: questo processo di revisione ci riguarda infatti direttamente proprio perché investe molti degli strumenti concettuali e metodologici a cui facciamo riferimento per studiare il passato, per elaborare le nostre domande, per scegliere i temi di indagine, per individuare e interrogare le fonti.

Se dunque la storia della famiglia è un campo specialistico di studi, è anche evidente che il dibattito che l’ha animata e che la anima tocca questioni di carattere generale di grande rilievo per il nostro lavoro. E’ il contributo che essa ha dato sia nel farli emergere, sia nel proporre e sperimentare prospettive nuove per affrontarli che giustifica il fatto che ve ne parli, e anche l’ottica – che sarà molto parziale - con cui ve ne parlerò. Non farò quindi una rassegna degli studi, ma selezionerò alcuni temi, appunto secondo l’ottica a cui ho accennato.

1. Gli storici hanno cominciato a studiare la famiglia nella storia europea, come vi ho detto, piuttosto tardi, a Novecento avanzato. Fino a quel momento le ipotesi dominanti in questo campo erano state quelle elaborate dai grandi scienziati sociali nella seconda metà dell’Ottocento. Queste ipotesi (che del resto fanno ancora oggi largamente parte del senso comune) erano fortemente marcate da una visione evoluzionista del mutamento della famiglia nel passaggio dall’età preindustriale all’età industriale.

I grandi pensatori dell’Ottocento avevano concentrato la loro attenzione sull’evoluzione della famiglia europea sotto il profilo delle trasformazioni della sua struttura nel tempo, cioè sulla composizione del gruppo domestico co-residente, i cui componenti vivono sotto lo stesso tetto, e avevano sostenuto che la famiglia europea aveva percorso un lungo cammino da una struttura allargata (che ne faceva un gruppo domestico ampio, costituito da molti parenti conviventi) ad una struttura nucleare (che ne faceva un gruppo domestico costituito da una sola unità coniugale convivente, comprendente cioè solo la coppia con i figli).

La traiettoria che, secondo queste ipotesi, la famiglia occidentale avrebbe seguito nel corso dei secoli in modo lineare, l’aveva in sostanza semplificata nella sua struttura.

Durkheim, ad esempio, a questo proposito faceva cenno specificamente all’esistenza di una "legge della contrazione", che appunto avrebbe assottigliato la famiglia, restringendone la struttura a una struttura nucleare con il passaggio alla società industriale.

Le Play tracciò le tappe di questo presunto percorso: da una famiglia patriarcale, che caratterizzava le società di nomadi e di pastori, in cui convivevano insieme il patriarca e tutti i suoi discendenti in linea maschile; a una "famiglia-ceppo", diffusa nelle società contadine europee, costituita anch’essa da tre generazioni conviventi ma meno numerosa della prima (il patriarca, un figlio sposato – l’erede a cui sarebbe andata la terra e la casa - e i figli dell’erede); fino a una famiglia "instabile", che è la famiglia coniugale, tipica delle città manifatturiere che l’industrializzazione stava diffondendo, destinata a rompersi con il matrimonio dei figli.

La domanda fondamentale che questi grandi scienziati sociali si posero era una domanda che avrebbe continuato a prevalere nelle scienze sociali nei 150 anni successivi. Era la seguente: quali rapporti intercorrono tra la famiglia e le sue trasformazioni da un lato, e dall’altro lato l’avvento della società industriale, del capitalismo, in una parola della modernità - o della modernizzazione, come si sarebbe poi detto a Novecento avanzato ?

Di conseguenza i padri fondatori della sociologia non si limitarono a descrivere quello che loro pensavano fosse il processo di mutamento della struttura della famiglia europea, ma avanzarono anche una spiegazione (o meglio una ipotesi forte di spiegazione) di questo processo. Il mutamento della struttura della famiglia andava ricercato all’interno del più generale processo di mutamento sociale che accompagnava la transizione dalla società preindustriale che stava tramontando alla società industriale che stava nascendo: lo sviluppo dell’industrializzazione aveva determinato la scomparsa della famiglia a struttura allargata, cioè di un aggregato domestico ampio con vincoli solidali e forti tra parenti conviventi, inducendola a trasformarsi in un nucleo ristretto.

Nella storia della famiglia in Europa, quindi, i classici considerarono l’industrializzazione come un vero e proprio spartiacque tra un prima, un lunghissimo passato che si perdeva nella notte dei tempi, e un dopo, un presente che rappresentava una svolta radicale. Anche nel campo della famiglia, il pensiero sociologico classico era fortemente dicotomico: una demarcazione netta veniva tracciata tra una famiglia tradizionale, che avrebbe caratterizzato una società altrettanto tradizionale, e una famiglia moderna, che caratterizzerebbe la società moderna, e che ne sarebbe uno degli effetti più evidenti e significativi.

2. Una storiografia della famiglia, come settore autonomo di studi storici, nasce sostanzialmente sulla base di una verifica empirica di questa tradizione sociologica, che si era riprodotta nel corso del Novecento.

Lo storico che per primo avviò e promosse una ricerca sistematica sulla famiglia europea è Peter Laslett, che fondò il celebre Gruppo di Cambridge per la storia della popolazione e della struttura sociale.

E’ interessante conoscere come Laslett arrivò a dedicarsi allo studio della storia della famiglia europea. Ce lo racconta un suo allievo, introducendo la prima traduzione italiana di alcuni saggi suoi e dei suoi collaboratori. Laslett era uno studioso del pensiero politico inglese del Seicento e aveva lavorato in particolare su Locke e sul suo avversario Robert Filmer, un teorico e un apologeta di una visione patriarcale delle relazioni sociali. Questi studi avevano portato la sua attenzione sulla famiglia inglese preindustriale e sui suoi rapporti con le altre istituzioni sociali. A causa di questi suoi interessi, nel 1959, Laslett si trovò fra le mani due elenchi delle famiglie di un piccolo villaggio di poche centinaia di anime della campagna inglese della seconda metà del Seicento.

Curioso di verificare fino a che punto questo villaggio si conformasse all’immagine allora dominante della comunità inglese tradizionale, Laslett intraprese un’analisi minuziosa dei due documenti, e i risultati furono sorprendenti: i due elenchi non rivelavano infatti alcuna traccia delle grandi famiglie patriarcali su cui Filmer aveva edificato la sua teoria politica. Fondò quindi il Cambridge Group e avviò un lavoro su alcune decine di comunità volto a ricostruire le strutture familiari in Inghilterra tra sedicesimo e diciottesimo secolo.

Le strutture familiari furono classificate da Laslett in base a una tipologia molto semplice, che divenne poi universalmente accettata e che orientò a livello internazionale la ricerca dei demografi e degli storici sociali sulla storia della famiglia, perlomeno in tutta una prima fase.

I risultati a cui pervenne il lavoro del Cambridge Group rappresentarono una clamorosa smentita delle ipotesi dei grandi sociologi ottocenteschi: si scoprì infatti che, perlomeno in Inghilterra, la famiglia a struttura allargata non aveva mai prevalso nell’età preindustriale e che al contrario era stata la famiglia a struttura nucleare ad aver largamente dominato prima della rivoluzione industriale. Laslett e i suoi colleghi continuarono il lavoro, che cominciò a coinvolgere altri ricercatori al di fuori dell’Inghilterra, e la loro verifica di un predominio della famiglia a struttura nucleare nell’epoca preindustriale si allargò ad altre comunità e aree dell’Europa centro-settentrionale, sempre sulla base dello stesso tipo di documentazione censuaria e con gli stessi risultati riscontrati nel caso inglese: in Ancien Régime, in questa parte dell’Europa, il nucleo domestico coniugale, di dimensioni ridotte, appariva come la forma familiare maggioritaria.

Laslett concentrò dunque, fin dall’inizio, la ricerca e l’analisi del Gruppo di Cambridge sulla struttura della famiglia nella storia europea, che d’altronde – come abbiamo visto - era stata al centro delle ipotesi di mutamento dei classici.

E in polemica con la tradizione sociologica che aveva stabilito un rapporto di causa-effetto tra industrializzazione e nuclearizzazione della famiglia, Laslett di fatto rovesciò letteralmente questa ipotesi: non era stata l’industrializzazione a determinare la famiglia a struttura nucleare, ma era stata piuttosto la famiglia nucleare a costituire uno dei fattori fondamentali che avevano favorito l’avvento dell’industrializzazione. Il caso inglese, patria della rivoluzione industriale, sembrava dimostrarlo; ma sembrava dimostrarlo anche il fatto che la famiglia a struttura nucleare era diffusa in tutta l’area dell’Europa nord-occidentale, cioè in quell’area che aveva visto la rapida diffusione dell’industrializzazione sul Continente.

L’ipotesi che venne elaborata e che si fece strada tra gli studiosi fu dunque che la famiglia nord-occidentale europea facilitò l’affermarsi e il diffondersi del capitalismo. E questo perché essa era portatrice di quei valori individualistici, ritenuti decisivi per l’avvento della modernità, che la struttura nucleare indicava.

3. Più che di una ipotesi sostenuta dai dati empirici, come sarebbe poi stato ampiamente dimostrato, si può parlare di un vero e proprio modello ideologico che stabiliva un nesso causale stretto tra struttura della famiglia, individualismo e condizioni storiche, culturali e sociali della formazione della società moderna, sulla base del presupposto che esista una correlazione (più o meno meccanica) tra strutture familiari e comportamenti degli individui, per cui, come si è visto, alla struttura nucleare viene associato un comportamento individualistico e moderno.

Questo modello ideologico va capito alla luce del lungo dibattito nelle scienze sociali sulla natura delle società capitalistiche, che aveva dato vita alla teoria della modernizzazione.

Modernizzazione è un concetto tanto vago quanto abusato. Nella sua versione più comune indica la transizione dalla società tradizionale alla società moderna, concettualizzate come due polarità opposte. Il punto di partenza è costituito dalle grandi dicotomie del pensiero sociologico ottocentesco, che hanno trovato una delle loro formulazioni più celebri nell’opposizione comunità-società, Gemeinschaft e Gesellschaft, di Toennies (1887). La società premoderna, cioè la comunità, si fonda essenzialmente su "rapporti caratterizzati da un alto grado di intimità personale, di profondità emotiva, di impegno morale, di coesione sociale". La società moderna, al contrario, si caratterizza per essere organizzata in termini impersonali e contrattuali.

La teoria della modernizzazione rielabora e sviluppa questa linea di pensiero: la modernizzazione è l’incarnazione dei valori dell’individualismo rispetto ai valori comunitari, della libertà dell’individuo rispetto alle consuetudini e alle costrizioni sociali imposte dalla comunità, da cui si è emancipato.

L’emergere dei valori individualistici, che si sarebbero pienamente dispiegati nella società moderna con lo sviluppo economico capitalistico, viene associato a caratteristiche specifiche della famiglia europea nord-occidentale: a struttura nucleare, di piccole dimensioni, separata dalla parentela.

4. Come risulta chiaro, il modello di Laslett finiva per riproporre sostanzialmente queste tesi sociologiche in una sede propriamente storica: in un saggio del 1983, utilizzando una serie (seppure molto parziale) di ricerche che si erano svolte in varie parti d’Europa in seguito all’enorme successo che la sua tipologia aveva riscosso tra gli studiosi, Laslett arrivò a tracciare delle linee di demarcazione tra grandi aree europee sulla base delle strutture familiari. Queste linee distinguevano in Europa tre aree regionali maggiori, ognuna delle quali caratterizzata dalla prevalenza di una particolare struttura familiare.

Laslett individuò così tre tipi familiari dominanti nell’Europa preindustriale: quello occidentale-centrale, con prevalenza della struttura nucleare, quello orientale e infine quello mediterraneo: questi ultimi due tipi familiari vedevano la prevalenza della struttura allargata, in diverse versioni. Per quanto riguarda l’Italia, classificata naturalmente nell’area mediterranea, la struttura famigliare era quella risultante da alcune ricerche compiute soprattutto nelle aree mezzadrili del centro del Paese: un gruppo domestico ampio di parenti conviventi. In questo modo una specifica struttura familiare, pur essendo ristretta a una parte della Penisola, diventava implicitamente il modello tipico della famiglia italiana, finendo per confermare l’immagine stereotipata (che d’altronde dura tuttora) di una società dominata dai legami familiari e resistente all’introduzione di valori individualistici.

I riferimenti al pensiero sociologico erano evidenti. Si pensi a Max Weber: la solitudine e l’individualismo dell’imprenditore protestante vengono contrapposti all’uomo mediterraneo prigioniero di una rete di relazioni parentali che lo paralizzano e ne negano qualsiasi autonomia. In questo quadro, la famiglia nucleare e l’individualismo che le sarebbe connesso sono sinonimo di sviluppo economico, e quindi di progresso e di dinamismo; la famiglia allargata e le sue solidarietà incrociate sono sinonimo di freno allo sviluppo economico, e quindi di arretratezza e di stagnazione.

5. Anche se le posizioni di autorevoli storici della famiglia che hanno fatto propria la teoria della modernizzazione continuano tuttora a nutrire il senso comune storiografico, fin dall’inizio il modello di Laslett, malgrado il suo enorme successo fra gli studiosi, appare come un modello debole. Debole nelle sue ambizioni teoriche, o meglio nell’ideologia a cui si ispirava, ma debole anche nei suoi contenuti e nella sua stessa metodologia.

Si può ipotizzare una relazione tra struttura della famiglia nord-occidentale europea e lo sviluppo del capitalismo ? La cosa è assolutamente dubbia.

Un grande antropologo, Jack Goody, che ha lavorato su società del Terzo Mondo oltre che sull’Europa, ha pubblicato nei mesi scorsi un libro importante intitolato "La famiglia nella storia europea" in una collana di studi sull’Europa diretta da Jacques Le Goff che esce contemporaneamente in tutti i maggiori Paesi europei.

Discutendo criticamente posizioni come quelle che abbiamo citato, Goody mette in luce il forte pregiudizio etnocentrico che le ispirano. Collocate in una prospettiva comparativistica, sia che si compari l’istituto familiare dell’Occidente con quello di altre parti del mondo, sia che si faccia della comparazione tra aree all’interno del continente europeo, queste posizioni non reggono (e denunciano il loro carattere squisitamente ideologico).

Goody fa notare che, se ci riferiamo al capitalismo mercantile, le strutture familiari delle aree che l’hanno visto nascere come la Toscana del Tre e Quattrocento sono prevalentemente ampie strutture di parentela, non certo famiglie piccole e isolate. Se consideriamo le attività protoindustriali e lo spirito imprenditoriale necessari per avviarle, queste non solo non sono per nulla limitate a una parte dell’Europa o alla sola Europa preindustriale, ma anche sono da associare a strutture e sistemi familiari molto diversi tra di loro.

Quanto al capitalismo industriale, aggiunge Goody, il suo avvio e il suo sviluppo hanno certamente come centro l’Inghilterra e l’Europa nord-occidentale, ma non sembra che una particolare struttura della famiglia abbia avuto un ruolo determinante nel favorirlo. Altre strutture familiari non hanno impedito l’industrializzazione in Asia o in Cina, per esempio.

Ma anche nel cuore stesso dell’Europa, una smentita netta dell’idea che la famiglia nucleare abbia avuto un ruolo propulsore dello sviluppo del capitalismo industriale viene dalla storia delle grandi dinastie borghesi e dalle loro complesse strategie matrimoniali che mostrano la parte cruciale svolta delle alleanze parentali nella costruzione di imperi economici. La grande letteratura (pensiamo ad esempio ai Buddenbrook di Thomas Mann) è ricca di esempi affascinanti a questo proposito.

E infine, venendo a un tempo più vicino a noi, potremmo citare lo stretto rapporto tra la crescita impetuosa dei distretti territoriali di piccole imprese industriali italiani, che molti economisti e sociologi del mondo occidentale considerano oggi come un modello di efficienza economica e di alta tecnologia, in una parola di modernità, e famiglie che, nel quadro delle teorie della modernizzazione e dei loro fautori, sarebbero famiglie tipicamente tradizionali.

Ma la debolezza del filone di ricerca inaugurato e ispirato da Laslett e dal Gruppo di Cambridge è stata messa in luce anche al di là dell’ideologia che gli sta dietro, come ho detto, cioè sul piano strettamente attinente i risultati raggiunti e i metodi utilizzati.

Le linee di demarcazione tracciate sulla base delle strutture familiari tra diverse aree regionali europee sono risultate non aver alcun fondamento reale: lo sviluppo della ricerca ha piuttosto messo in luce l’estrema varietà delle strutture familiari in tutta l’Europa dal Medioevo ad oggi, mostrando la compresenza all’interno della stessa società di forme molto diversificate in rapporto a contesti economici e a modalità di trasmissione dell’eredità diversi, a contesti istituzionali diversi, a contesti giuridici diversi o meglio a manipolazioni diverse delle stesse norme giuridiche, in rapporto a gruppi sociali diversi e così via.

E’ stata inoltre messa in dubbio la validità stessa della tipologia di classificazione delle strutture familiari di Laslett. In un articolo famoso, lo storico americano Lutz Berkner dimostrò che era sbagliato presentare le diverse strutture familiari come tipi mutuamente esclusivi perché in realtà la documentazione utilizzata (i censimenti) offre una fotografia statica dei gruppi domestici in momenti diversi del loro ciclo di sviluppo, e nasconde quindi le trasformazioni cicliche che possono avvenire nella composizione dei gruppi domestici a seconda delle diverse fasi del ciclo di vita attraversate. Le famiglie da lui studiate nel corso del tempo, e quindi con una documentazione che non si limitava ad un unico censimento, in una comunità austriaca nel Settecento passavano attraverso varie strutture durante l’intero loro ciclo di vita.

6. Queste critiche portarono la ricerca a complicare e a modificare il quadro iniziale proposto dagli studiosi di Cambridge, ma, in linea generale, non toccarono il vero nodo, che era rappresentato dal pregiudizio ideologico che stava alla base del modello di Laslett.

L’alternativa reale al filone di studi che si rifaceva, seppure a volte in modo critico, a Laslett venne elaborata a partire dalla messa in discussione radicale della utilità e della fecondità di un’ottica di indagine sulla famiglia esclusivamente e rigidamente centrata sulla sua struttura, cioè sul gruppo domestico co-residente.

In effetti, questa enfasi esclusiva sulla struttura (coerente d’altronde con l’impostazione dei classici della sociologia che Laslett aveva contestato e smentito) trovava la sua giustificazione soltanto nell’ideologia a cui gli studiosi di Cambridge si ispiravano, e che stabiliva, come abbiamo visto, una connessione, più o meno meccanica, tra struttura e comportamenti e quindi tra struttura nucleare ed emergere dei valori "moderni" dell’individualismo.

Sul piano specifico degli sviluppi della ricerca, l’enfasi sulla struttura aveva finito per moltiplicare, in modo stancamente ripetitivo, indagini puramente classificatorie, che dimostravano soltanto la grande varietà delle forme familiari senza introdurre alcun elemento nuovo di spiegazione. Ma soprattutto, e questo è il punto, l’enfasi sulla struttura aveva posto in ombra una questione centrale, la sola che avrebbe potuto far avanzare la ricerca e aprire nuove strade. Questa questione centrale, come rilevò Giovanni Levi, che per primo sollevò lucidamente il problema, era che la focalizzazione dell’interesse sulla struttura della famiglia e sulle sue variazioni implicava la scelta di ignorare il mondo relazionale in cui la famiglia era inserita.

L’analisi tipologica permetteva infatti di cogliere soltanto la forma della famiglia, e dietro alla forma ci possono essere le cose più diverse. Ma soprattutto induceva a ignorare le relazioni sociali, a partire da quelle con la parentela non convivente, intrecciate all’esterno dei ristretti confini del gruppo domestico co-residente (e inoltre portava a concentrare la ricerca esclusivamente su fonti come quelle censuarie che non sono né le uniche né le più utili per studiare la storia della famiglia).

Giovanni Levi osservò in sostanza che l’isolamento del gruppo domestico dal suo campo relazionale è una operazione distorcente perché sottrae all’analisi il rapporto tra la famiglia e il contesto di relazioni di alleanza, di amicizia, di cooperazione economica. Ed è proprio questo rapporto che costituisce il vero oggetto di indagine, e la chiave per studiare la famiglia nella società, i suoi comportamenti, le differenze e i mutamenti.

Levi, che è forse lo storico che più ha contribuito ad aprire nuove prospettive alla ricerca sulla famiglia, propose di sostituire lo studio delle strutture con l’analisi delle strategie familiari, che richiede di ricostruire le relazioni esterne del gruppo domestico, senza le quali è difficile cogliere il senso delle scelte, perché sono proprio le relazioni intrecciate con il mondo esterno lo strumento delle strategie: è appunto "nell’ambito di una strategia – scrisse – che si creano forme di alleanza, di selezione fra parenti, che si stringono legami".

7. Non si tratta dunque di negare l’interesse dello studio della famiglia co-residente, ma di introdurre un’ottica diversa nello studio della famiglia per farne un modo per studiare la società, al di fuori di modelli e schemi ideologici che nuocciono soltanto alla ricerca storica. Levi ha mostrato tutta la fecondità di questo approccio nel suo "L’eredità immateriale" e quindi non mi soffermo ulteriormente su questo tema.

Ma ciò che mi preme qui far notare sono i differenti riferimenti alle scienze sociali, espliciti o impliciti, presenti in Laslett e in Levi: mentre Laslett, come abbiamo visto, guardava ai paradigmi dominanti della sociologia dell’epoca, Levi invece faceva diretto riferimento all’antropologia, e in particolare all’antropologia sociale britannica. Levi richiamava infatti uno studio dell’antropologa Elizabeth Bott uscito alla fine degli anni Cinquanta in Inghilterra, intitolato Family and social network.

In questo lavoro, celebre e fondamentale, Bott aveva studiato l’articolazione interna di un gruppo di famiglie operaie e di classe media di Londra a partire dal mondo relazionale in cui queste famiglie erano inserite. Il fuoco dell’analisi, che intendeva spiegare variazioni significative e indipendenti dalla classe sociale di appartenenza nei rapporti di coppia, non era la famiglia come unità co-residente ma le relazioni che ne collegavano i suoi componenti a parenti, ad altre famiglie, ad altri individui nel quartiere di residenza e fuori, nella società più vasta.

L’aspetto centrale – e che qui ci interessa particolarmente – dello studio di Bott era la messa in discussione delle tesi sociologiche dominanti che ritenevano le relazioni personali socialmente irrilevanti e superate con l’avvento della società moderna. Socialmente irrilevanti e superate a causa della loro natura tipicamente particolaristica, e quindi ritenute caratteristiche della società tradizionale che l’industrializzazione aveva seppellito.

Secondo la teoria della modernizzazione, infatti, la società moderna aveva segnato – per definizione – l’affermarsi della natura universalistica (impersonale) delle relazioni sociali. Proprio in quegli anni Talcott Parsons aveva teorizzato la famiglia nucleare urbana come un elemento di importanza decisiva non solo nell’economia ma anche nella vita moderna in genere. Per il grande sociologo americano, la famiglia occidentale, diventando nucleare, si era isolata dalla parentela, con cui avrebbe mantenuto ormai solo più rapporti esclusivamente affettivi, ma insignificanti dal punto di vista sociale ed economico; si era cioè emancipata dai vincoli e dalle solidarietà particolaristiche che nelle società tradizionali ne avevano limitato l’indipendenza e l’individualità.

Bott mostrò che la perdita di rilevanza sociale dei legami di parentela nella società urbana industriale in cui dominava la famiglia nucleare era un mito, perché i rapporti con la parentela continuavano ad esistere indipendentemente dalla residenza e a mantenere un ruolo cruciale che andava ben oltre la pura affettività.

Bott portò così l’attenzione sull’importanza strategica per la ricerca di studiare le relazioni sociali che le famiglie intrattenevano con parenti e con altri individui: queste erano decisive per capire il funzionamento interno della famiglia e i processi di definizione dei ruoli e dei comportamenti, di formazione delle norme e dei valori che ne dettavano le strategie e che le differenziavano, al di là della struttura familiare, che era uguale in tutte.

8. Le implicazioni concettuali, oltre che metodologiche, dello spostamento di ottica dalla famiglia co-residente come unità di indagine ai legami, alle relazioni che ne collegano i suoi membri con la società più vasta considerata non in termini astratti ma concreti sono state e sono enormemente importanti per la ricerca storica sulla famiglia.

Ma ciò che voglio sottolineare, riprendendo gli accenni che ho fatto in apertura di questa mia chiacchierata, sono soprattutto le implicazioni radicali che la focalizzazione sulle relazioni personali comporta sul piano della stessa concezione della natura della società moderna.

I grandi paradigmi che hanno dominato la cultura occidentale del Novecento, basati sulla celebre dicotomia comunità-società e sulla serie di opposizioni che essa implica tra tradizione e modernità, tra ascrizione e acquisizione, tra relazioni sociali particolaristiche e relazioni sociali universalistiche, continuano ancora ad esercitare un forte fascino sugli storici. Forse è venuto il momento – in questa fase di ripensamento della storiografia – di fare i conti con questi schemi di riferimento teorici.

La storia della famiglia ci offre un buon esempio di quali sono i termini della questione, che riguarda certamente la storia sociale nel suo complesso ma, anche, credo, la stessa storia politica e istituzionale.

 

 


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