Revista THEOMAI   /  THEOMAI   Journal
Estudios sobre Sociedad, Naturaleza y Desarrollo / Society, Nature and Development Studies

 

número 8 (segundo semestre de 2003)  
number 8 (second semester of 2003)

                 

 

                             

Migrazioni e nuovi ambienti urbani.
Il caso dell´area metropolitana di Bologna (Italia)

Carla Landuzzi*


* Università degli Studi di Bologna, Italia. E-mail: landuzzi@spbo.unibo.it

 

1.Le variabili in gioco

L’accelerazione degli insediamenti di popolazioni immigrate nelle società occidentali costituisce un fenomeno epocale, al punto da connotare la nostra epoca come The Age of Migration (1). Si tratta anche di un fenomeno irreversibile, “cioè un mutamento sociale in fieri che con notevole impegno si può forse frenare ma da cui non si torna in dietro nonostante non sia privo di costi sia per gli immigrati che per le società di accoglienza ma anche […] di potenziali opportunità di progresso e crescita comune” (2).

I processi migratori sono stati componente essenziale e decisiva nella storia della nostra società, sia come fenomeno destrutturante, in riferimento alle aree di partenza, sia come fattore di trasformazione delle aree di nuovo insediamento. Le analisi sociologiche condotte negli ultimi anni hanno sottolineato le connessioni tra immigrazioni, riorganizzazione economica-produttiva, trasformazione delle aree urbane e rurali; molte di queste connessioni hanno prodotto fasi significative nella storia delle città e delle aree metropolitane. La nascita dei quartieri, le esperienze di partecipazione e di decentramento possono essere considerate come significativi effetti dei massicci processi di inurbamento avvenuti nei decenni passati. I fenomeni migratori racchiudono in sé e implicano un complesso sistema di configurazioni culturali e simboliche, di pratiche sociali e economiche che determinano le strategie di azione dei soggetti coinvolti. L’osservazione del loro strutturarsi, anche temporale, e l’analisi delle modalità stanziali, da parte di chi arriva dall’estero, ci consentono di intuire la natura, la quotidianità e, forse, anche l’origine recondita dei tratti di un territorio e di cogliere i segni di mutamenti che si determinano in ragione di questi incontri o, eventualmente, nella prospettiva di essi.

Come emerge da una consistente letteratura sociologica, i flussi migratori, situandosi nei processi di globalizzazione o di mondializzazione che caratterizzano le società moderne, si pongono come snodo nevralgico del mutamento sociale, sia come causa, sia come effetto (3). In questo scenario i soggetti sono indotti a muoversi secondo razionalità locali e globali (4) all’interno di un processo generale di negoziazione e di revisione da cui nulla e nessuno sono esclusi. Secondo una diffusa modalità interpretativa del fenomeno, il rischio è che si delinei un grande meccanismo autoregolatore orientato dallo scambio commerciale -scrive Latouche- che prenda a carico la totalità del legame sociale (5). Tuttavia la mondializzazione e l’universalità -scrive Baudrillard- non procedono in sintonia, anzi piuttosto l’una escluderebbe l’altra. La mondializzazione si nutre di tecniche, di mercato, di informazione. L’universalità è costituita di diritti dell’uomo, di libertà, di democrazia. La mondializzazione sembra irreversibile, l’universale parrebbe, invece, in via di estinzione (6).

Coloro che erano stati percepiti semplicemente come gruppi di lavoratori immigrati si sono trasformati in comunità, a volte, anche, fortemente radicate nel territorio e la loro presenza diventa strutturata e permanente nelle società europee indebolendo una specificità migratoria legata esclusivamente ad emergenze economiche e lavorative. E questo in una più forte cogenza delle dinamiche di transnazionalizzazione.

Tra i lavoratori immigrati, alcuni hanno richiamato le loro famiglie nel paese di arrivo, altri si sono sposati con nativi, i loro figli parlano la lingua italiana e hanno obiettivi, per certi aspetti, non molto diversi da quelli dei figli degli autoctoni. Hanno costruito associazioni, reti familiari e di vicinato -sostiene la Sassen (7) - che se, da un lato, favoriscono l’inserimento nel nuovo paese, dall’altro, permettono di conservare il contesto relazionale di origine, nell’ambito di una doppia appartenenza, che in questo nuovo scenario perde ogni riferimento di fragilità o di debolezza per presentarsi invece come valore aggiunto. Infatti, le migrazioni, oltre a innescare mutamenti sociali a livello macro, provocano dei mutamenti anche a livello micro, alcuni di essi sono relativi alla personalità individuale. In riferimento a questi, Park sottolinea la condizione di uomo marginale che è anche un uomo psichicamente diviso.

I processi migratori, inserendosi nelle trasformazioni indotte dalla mondializzazione, contestualmente alla creazione di ambiti transnazionali, provocano il rinforzo di una identificazione centrata su una appartenenza ristretta e selettiva. Siamo quindi all’interno di un processo dialettico, in cui interagiscono processi di transnazionalizzazione e di rivitalizzazione di identità comunitarie, culturali, religiose, etniche, che attiva una pluralità di realtà sociali liminali dove il confine tra ambiti locali e dimensioni globali diventa complesso.

In ragione di questi incontri e del loro incremento non si può tralasciare la rilevanza, ma anche i potenziali paradossi, che il dibattito sul multiculturalismo sta assumendo. La diffusione stessa del termine, e il suo carattere polisemico, evidenziano le questioni cruciali che segnala rispetto ad una revisione critica dei confini e delle distinzioni, che in epoca moderna hanno fornito riferimenti per le condizioni di inclusione e di esclusione, dei codici e dei sistemi simbolici che consentono, sia ai soggetti che ai gruppi, l’individuazione e l’identificazione.

Sotto la pressione dei flussi migratori tutte le grandi aggregazioni urbane tendono a ricostruire una propria identità ricomponendo al proprio interno un nuovo equilibrio e un nuovo ordine, dove il rapporto tra popolazione autoctona e straniera gioca un ruolo fondamentale.

Le nostre ricerche (8) hanno analizzato l’impatto che il fenomeno migratorio viene ad esercitare sul sistema metropolitano, in particolare sull’area di Bologna, e le strategie di azione che le stesse aree pongono in essere in un quadro complessivo di trasformazione.

Affrontare, oggi, le tematiche migratorie, con specifico riferimento ai sistemi metropolitani, significa analizzare e interpretare contemporaneamente diverse variabili. Il carattere composito di questo specifico tema è sottolineato dalla molteplicità di prospettive, di piani di analisi, di approcci metodologici e di tecniche con cui può essere analizzato (9).

Prendiamo in considerazione, come specificatamente emergenti, le dinamiche residenziali delle popolazioni migranti e le loro strategie di distribuzione sul territorio quali fattori perturbativi dello skyline dei paesaggi migratori. In ragione di ciò gli impatti insediativi dei gruppi etnici si situano in uno snodo cruciale anche per quanto attiene le analisi sull’ambiente urbano.
Riteniamo, inoltre, che l’analisi delle opzioni residenziali, espresse dai gruppi stranieri, non sia di per sé esaustiva, se non si considerano anche le modalità di fruizione dell’area urbana evidenziate nella mobilità di tali gruppi. A tal fine condividiamo l’utilità euristica del concetto di users (10) quale categoria analitica adeguata alla lettura delle complesse polarizzazioni territoriali, espresse dai gruppi stranieri nell’ambito di una ipotesi di fluidità urbana.

Tale riferimento ci consente di impostare una indagine secondo un approccio non di tipo socio-spaziale-residenziale che porterebbe a definire una città, nelle sue articolazioni, “in funzione della distribuzione delle abitazioni dei diversi gruppi sociali o etnici” (11).


2.Forme innovative di stabilizzazione

Svolta cruciale nello studio e nella storia delle dinamiche migratorie si individua nella seconda metà degli anni ’90 (12).
In tale periodo si registra, a livello nazionale, un incremento degli immigrati regolarmente soggiornanti con picchi d’aumento annuali proprio negli anni in cui sono state portate a termine le operazioni di regolarizzazione (13). Incremento che coinvolge, tra le altre, anche la regione Emilia Romagna (14). Nell’ambito del sistema metropolitano bolognese, considerando la nazionalità e il periodo di ingresso in Italia si possono individuare tre aggregazioni: a) gruppi di più antica immigrazione con andamenti costanti nel tempo, a caratteristica familiare, come i cinesi, e con prevalenza femminile come filippini e somali. b) Gruppi decisamente maschili protagonisti del boom del ’90 di origine marocchina, senegalese, pakistana e tunisina. c) Gruppi approdati negli anni più recenti, comunque dopo il 1990, e che escono alla luce con la regolarizzazione del decreto Dini; le nazionalità emergenti sono l’albanese (95% degli ingressi dopo il 1991), la bengalese (75%), la peruviana (100%), la serba (100%), l’algerina (83%) (15)

Da una osservazione complessiva, si evidenziano, alla fine del 2000, alcune linee di tendenza del fenomeno che si va assestando su diversi livelli di complessità e che in ragione di un insieme di questioni, anche fortemente di carattere socioculturale, richiede il ricorso a nuovi piani di analisi.

Possiamo sottolineare a) una diversificata distribuzione a livello territoriale (16), b) un incremento degli inserimenti lavorativi e dei ricongiungimenti familiari, al punto che essi costituiscono una nettissima priorità tra le richieste per permessi di soggiorno. Da considerare, sempre nell’ambito della richiesta dei permessi di lavoro, l’incidenza dei permessi per lavoro subordinato e per lavoro autonomo, soprattutto tra gli uomini. c) Le nuove modalità e le nuove finalità della immigrazione femminile, soprattutto marocchina, nella regione Emilia Romagna. Se fino a qualche tempo fa l’emigrazione femminile era molto vincolata a quella maschile o familiare, ora, oltre al desiderio e al dovere di seguire il marito o il padre emigrati precedentemente, si segnala un altro motivo di tipo più attivo (17), cioè “per cercare lavoro”; anche se, a dire il vero, le motivazioni non si escludono a vicenda, anzi, spesso si intrecciano. Il percorso migratorio permane tuttavia ancora caratterizzato da differenze di genere, che risultano condizionare, in modo consistente, l’esperienza migratoria. d) Inoltre, un dato che potrà avere, a vari livelli, profondi effetti di trasformazione è costituito dall’incidenza che i minori immigrati e la fascia giovanile, tra i 18 e i 24 anni, hanno sui gruppi stranieri, ma anche sulla popolazione autoctona.
Prendiamo in considerazione, ora, le specificità del sistema metropolitano bolognese. Dallo scenario evolutivo della presenza straniera in questa area si delinea, oltre alla crescita costante durante gli anni ’90, una forte accelerazione nell’ultima fase di tale periodo.

Al fine di analizzare le traiettorie di inserimento risultano interessanti le trasformazioni dei tempi di approdo, è di 1,8 anni lo scarto medio tra la data di arrivo a Bologna e l’ingresso nel territorio nazionale. Emerge dai dati che l’arrivare direttamente a Bologna costituisce caratteristica in aumento nel tempo recente. E questo probabilmente a seguito di una trasformazione, avvenuta negli ultimi anni, della percezione della città di Bologna come opzione di primo approdo nell’ ambito delle reti parentali e amicali (18).

Procedendo nel nostro ragionamento vediamo come in questo contesto assuma caratteristiche sempre più strutturate l’immigrazione femminile verso Bologna. Si tratta di filippine, capoverdiane, peruviane, ucraine ed esteuropee che rispondono, in linea di massima, a richieste per attività domestiche e di cura; anche in questo caso si cerca successivamente il ricongiungimento di mariti e figli.

Gli stranieri iscritti all’anagrafe del Comune di Bologna tendono sempre più a vivere “in famiglia” (19), infatti i mutamenti più rilevanti indicano un progressivo spostamento degli stranieri dalle “convivenze” verso l’essere “in famiglia”, soprattutto di tipo unipersonali .

Analizzando tali spostamenti si nota l’incidenza della componente maschile, tendenzialmente ospite delle “convivenze”, in misura nettamente superiore a quella femminile (20). Seguendo una lettura di genere si individuano in questo ambito due modalità distinte. E cioè, alla fine degli anni ’90, il 34% circa degli uomini stranieri vive in nuclei unipersonali, il 55% circa “in famiglia” con più di un componente e l’12% in “convivenze”. Diversamente, tra le donne straniere, il 27% vive in nuclei unipersonali, il 71% “in famiglie” con più di un componente e il 3% si trova in “convivenze”.

Si osservano differenziazioni considerando, oltre il genere, la provenienza; infatti una elevata quota di uomini di origine pakistana (circa il 40%) e marocchina (circa il 33%) risiede in “convivenze”. Tra gli uomini tunisini si riscontra una incidenza di famiglie unipersonali (53%). Le famiglie di due o più componenti risultano ampiamente rappresentate tra le donne marocchine (91%), tra gli uomini filippini (86%) ed anche tra uomini e donne provenienti dalla Cina e dalla Jugoslavia.
Se complessivamente, nell’ultimo quinquennio il numero dei cittadini stranieri “in famiglia” è sensibilmente aumentato (21), notiamo significativi caratteri di distinzione in relazione alla provenienza nazionale. Vive in un nucleo familiare il 70/80% dei filippini, degli albanesi e dei cingalesi ed anche l’88% dei cinesi e l’86% degli jugoslavi; mentre il peso percentuale degli stranieri marocchini “in famiglia” è del 65%.

La rilevanza delle famiglie unipersonali è significativa per i somali (62%), per i polacchi (48%), i bengalesi (43%) ed anche, con più del 35% dei residenti, tra tunisini, pakistani, etiopi, rumeni, iraniani, egiziani. Anche se la quota delle persone in centri di accoglienza è ancora consistente per i senegalesi e i pakistani, per i marocchini (16%) e per i tunisini (10%).
Il numero maggiore di nuclei familiari, secondo la cittadinanza dell’intestatario del foglio di famiglia, lo troviamo nella comunità filippina, seguita da lontano dai marocchini e dai cinesi (22).

Complessivamente, nel 2000, il 75% delle famiglie straniere appartiene a 10 nazionalità, tutte non comunitarie: Albania, Sri Lanka, Jugoslavia, Bangladesh, Tunisia, Pakistan, Perù, oltre a Filippine, Marocco e Cina (23).
Riteniamo, inoltre, significativa la consistenza delle famiglie monogenitoriali (11% delle famiglie) e i nuclei misti, come pure il numero di donne capofamiglia (27% del totale), soprattutto tra i peruviani (72%), i brasiliani (60%), e per comunità di antico radicamento a partire da catene migratorie al femminile: 71% dei nuclei eritrei e 78% dei capoverdiani. In forte trasformazione sono sia nuclei filippini non unipersonali dove ormai il 56% ha un uomo come capofamiglia, sia il ruolo delle donne marocchine sempre più a capo di nuclei familiari (26%).

Il fenomeno migratorio, che ha interessato il nostro paese negli ultimi decenni, è stato considerato soprattutto un fenomeno tipicamente maschile, che coinvolgeva, prioritariamente, uomini soli giunti in Italia alla ricerca di lavoro lasciando mogli e famiglie in patria. Le donne immigrate in Italia sono state a lungo una “presenza invisibile”, le modalità del percorso migratorio non hanno favorito la loro visibilità sociale (24).

Negli ultimi anni gli studi sull’immigrazione femminile si sono intensificati al fine proprio di diradare la sua “invisibilità”. Indubbiamente la prospettiva di genere ha un forte valore euristico per analizzare i processi migratori. Significativa è l’intensificarsi di tale attenzione, in tempi recenti, soprattutto in riferimento alle migrazioni femminili provenienti dall’area settentrionale dell’Africa, nonostante, per esempio, che le donne marocchine soggiornanti in Italia siano in numero considerevole; analogamente alle albanesi e alle filippine, che rappresentano le comunità nazionali con il maggior numero assoluto di presenze femminili in Italia. Andamenti che si riscontrano anche a livello locale nella provincia bolognese.
La componente maschile continua ancora, in linea di massima, ad essere maggioritaria, anche se si evidenzia un maggiore equilibrio tra uomini e donne; la superiorità numerica dell’uno o dell’altro sesso costituisce uno dei principali fattori demografici di differenziazione tra le diverse comunità (25).

Per esempio, i gruppi marocchini, tunisini e pakistani sono maggiormente caratterizzati in senso maschile nell’ambito del capoluogo di quanto non si verifichi nel complesso dell’area metropolitana. Si evidenzia una più accentuata presenza femminile marocchina (26) nelle aree montane dove si registra un più intenso procedere di ricongiungimenti familiari.
Nel biennio 1998-’00 l’osservazione secondo il genere conferma sia l’accelerazione dei processi di ricongiungimento familiare in molte comunità immigrate del territorio, sia una tendenza verso il riequilibrio delle componenti nelle comunità a prevalenza maschile. Nell’area bolognese si conferma, sempre nel biennio ‘98-’00, un incremento delle presenze marocchine, sia femminili che maschili, per cui mantengono la posizione di gruppo più consistente, anche per quanto riguarda la presenza femminile (27). La maggior parte delle donne marocchine, come già sottolineato, arriva per ricongiungimento familiare e in linea di massima non lavorano fuori casa, eventualità che può capitare in modo informale e limitato come integrazione al bilancio familiare.

Complessivamente, nel corso degli anni la presenza della famiglia, ricongiunta o costituita, si delinea come sempre più significativa, al pari della presenza di minori figli di genitori stranieri (28).

Si rinsalda quella corrente di immigrazione femminile, tutto sommato mai interrotta, dedita ai servizi domestici e di cura, che ha tradizionalmente costituito un elemento peculiare della storia dell’immigrazione nel bolognese. Inoltre contribuisce a rendere complesso quello scenario, consolidatosi a metà degli anni ’90, che indicava l’area metropolitana bolognese prioritariamente come meta di lavoratori uomini e di famiglie, di recente ricongiungimento, di origine magrebina.
Per la persistenza di una separazione degli spazi e dei ruoli, ed anche per il persistere di stereotipi culturali, le donne marocchine vengono ritenute un “gruppo ridotto al silenzio” (29). Tuttavia negli ultimi anni, nell’ambito di trasformazioni complessive dei processi migratori, l’emigrazione femminile marocchina, per esempio, sta evolvendo verso modalità autonome orientate ad un inserimento nel mercato del lavoro. Si è verificato sia un allentamento di alcune restrizioni culturali che incidevano sulla stessa emigrazione femminile, sia un insieme di trasgressioni al sistema di stratificazione di genere, non nei termini di rottura, e ciò sia in riferimento al contesto di partenza, sia di arrivo.

Alla fine degli anni ’90, si sono consolidate altre caratteristiche strutturali che sono andate rafforzandosi nel complesso del sistema metropolitano bolognese. Innanzitutto tra le popolazioni straniere residenti risultano sovradimensionate le fasce di età giovanili e quelle caratterizzate dai più elevati tassi di attività, all’incirca la fascia compresa tra i 30 e i 44 anni che corrisponde al 46% circa degli stranieri, diversamente tra i residenti bolognesi tale classe di età corrisponde al 22% circa. La presenza di bambini e di giovanissimi, tra i gruppi stranieri, assume sempre più rilevanza (30). Il numero dei minori immigrati, in linea di massima bambini al di sotto dei 6 anni di età (7.302) corrisponde al 6,2% del totale dei minori e la loro incidenza sui residenti stranieri è pari al 22% circa sia nel capoluogo che nella regione Emilia Romagna, a fronte del 18% a livello nazionale. Nelle aree montane e nella pianura bolognese tale percentuale si avvicina al 30%.


3.Nuovi ambienti urbani

Ci riferiamo, ora, ad una significativa connessione tra fluidità urbana e incremento della accessibilità alla città (31). Queste, nella specifica situazione del sociale, oggi, attivano meccanismi che, incrociandosi con le traiettorie biografiche, possono delineare situazioni portatrici di nuove strategie insediative.

“Il gioco di accesso-separazione[…]avviene in virtù di numerosi coinvolgimenti e a condizione di relazioni segmentate. Le relazioni segmentate sono, in misura maggiore o minore, impersonali e superficiali, anonime e incerte […] La fluidità come carattere della accessibilità modifica le interazioni: […] cambiano le persone con cui si entra in contatto, cadono relazioni precedenti, o mutano di intensità, legami anche stretti e multipli possono stabilirsi o sciogliersi” (32).

Tuttavia il processo di accessibilità si configura all’interno di una polarizzazione urbana che mette in evidenza come i settori intermedi dell’economia e della popolazione urbana tendano a lasciare la città, delineando nuove modalità insediative e rilocalizzazioni spaziali nella direzione dello sprawl suburbano, in cui si è spostato il baricentro fisico dei sistemi urbani considerati nella loro completezza funzionale ed insediativa. Inoltre si evidenzia come la globalizzazione porti a una concentrazione di enclaves di diversità etnica nelle città e in esse il “centro” dirigenziale e le enclaves etniche tendono a trovare terreno strategico per le loro attività (33).

Numerose ricerche sottolineano che le enclaves, aggregati culturali e sociali che possiamo riportare, per certi aspetti, alle aggregazioni etniche, sono significativamente forti nelle città statunitensi e dell’Europa occidentale, dove si verifica una interessante concentrazione di poteri aziendali.

Questo ci porta a una duplice considerazione. In primo luogo, la globalizzazione non è costituita soltanto dal capitale e dalla nuova cultura aziendale internazionale, ma anche da individui e da culture non aziendali. Ne consegue che le città costituiscono luogo in cui le contraddizioni create dalla internazionalizzazione del capitale possono o omogeneizzarsi o esplodere in conflitti aperti.

In secondo luogo, le politiche di city marketing portano a un aumento di densità e di eterogeneità, per cui le città sono diventate terreno strategico di una serie di processi di distinzioni e di discontinuità. In riferimento a tali scenari, che sembrano caratterizzare le città europee, e quelle italiane in particolare, vanno individuati nuovi piani di lettura delle dinamiche insediative dei gruppi etnici che possono porsi, secondo la nostra ipotesi, in modo ineluttabile all’interno degli stessi meccanismi di accessibilità urbana.

A conferma di ciò, alcuni studi degli anni ‘70 avevano individuato come l’aumento della densità urbana condizionasse le modalità adattive modificando in modo irreversibile le capacità di collocazione in una rete sociale e culturale, con ripercussioni anche sulle strategie insediative degli stessi gruppi etnici.

Nell’ambito della polarizzazione urbana alcune enclaves etniche presentano una situazione paradossale, motivata dal fatto che a una debolezza in termini di potere economico e politico corrisponde una presenza sempre più forte in quanto con le loro attività tendono ad occupare ambiti significativi nella città (34).

Si apre, a questo punto, un ambito interessante da approfondire, ossia le capacità di tali gruppi di produrre risorse o opportunità funzionali ai nuovi assestamenti delle polarizzazioni indotte dalle emergenti economie globali. In tal senso la rivoluzione mobiletica, portando a una sensibile riduzione della frizione dello spazio, in seguito allo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione, consente “possibilità di un contatto rapido, frequente e relativamente a buon mercato con le comunità etniche di origine, oltre alla possibilità per gli immigrati di rifornirsi agevolmente delle risorse e merci necessarie allo sviluppo delle loro eventuali “economie etniche” create nelle nicchie dei mercati occidentali” (35).

In tale prospettiva un fenomeno che richiede particolare attenzione è la crescita del lavoro autonomo e dell’imprenditoria straniera. Una recente ricerca su dati Infocamere ha rilevato la presenza di 3.356 titolari di impresa nati all’estero registrati alla Camera di Commercio di Bologna, che rappresentano il 3,53% degli imprenditori del sistema metropolitano.
Si tratta in primo luogo di cinesi (392 titolari di impresa), seguiti dai marocchini (338). Emblematico il caso della popolazione cinese, caratterizzata da un più elevato indice di segregazione residenziale, rispetto gli altri gruppi etnici, che pare confermato dal contesto economico in cui sono inseriti e dall’ipotesi che le loro strategie insediative siano determinate dalla comunanza etnica.

Gli imprenditori stranieri, a livello di regione Emilia-Romagna, sono 14.769 e tra questi circa 11.000 sono nati in paesi non comunitari. Pur tenendo conto che una parte di questi imprenditori sono italiani nati all’estero o emigrati di ritorno, rimane il fatto che progressivamente la nostra realtà si avvicina all’esperienza europea e internazionale, caratterizzata da uno stretto vincolo tra immigrazione e sviluppo dell’imprenditoria (36).

Inoltre, da non trascurare, per le implicazioni che possono avere sugli impatti residenziali in ambito urbano, è l’analisi di due ordini di problemi. Da un lato, l’orientamento delle nuove gerarchie urbane verso strategie di competizione sul mercato globale affidato al marketing urbano, dall’altro il processo di decision-making (37) dei gruppi stranieri.
Per quanto riguarda il primo. La città postmoderna affida la propria notorietà, secondo recenti prospettive di studi, alla capacità di produrre eventi e di attivare pull factors, al suo appeal, per essere competitiva nella gerarchizzazione urbana (38); come pure al suo costituirsi, non più come sistema di funzioni, ma come insieme di processi aperti (39).

Inoltre, non è da sottovalutare quell’ insieme di modalità fruitive messe in atto dai gruppi etnici nel vissuto quotidiano. Sul piano concettuale osserviamo come il concetto di users possa costituire modello di analisi delle loro mobilità residenziali, di consumo ed anche di fruizione dei servizi, al fine di considerare, non solo, una ipotesi di vitalità urbana fondata sul rapporto città e struttura di produzione, ma anche la forma strutturale e sociale della cosiddetta attrazione urbana.

Una indagine sull’utilizzo dei servizi (facciamo riferimento, nello specifico, a servizi socio-sanitari) indicava situazioni diversificate in relazione alla specificità nazionale e alle condizioni familiari dell’immigrato. Esemplificando, vediamo come la presenza di nuclei familiari favorisca un utilizzo più intenso dei servizi offerti dal territorio nel caso di filippini, di albanesi e, in parte, di marocchini.

I filippini, inoltre, manifestano un alto indice di utilizzo per tutti i servizi offerti, in relazione alla anzianità nella loro permanenza. Gli albanesi, d’altra parte, sembrano essere portatori di una cultura sanitaria vicina a quella del paese ospitante: il 94% utilizza la medicina generale ed è consistente l’uso della medicina specialistica. Un forte isolamento o distanza dalla cultura dei servizi del paese ospitante emerge tra la popolazione cinese. Il contatto con le strutture sanitarie si verifica in primo luogo in occasione di un ricovero o a partire dall’assistenza pediatrica, mentre è minoritario il ricorso al medico di base ed è bassissimo l’acquisto di medicinali.


4. Il pendolarismo dei migranti

Anche se il capoluogo bolognese non è la città più affollata di immigrati (40), tuttavia occupa una posizione cruciale nello scenario delle dinamiche delle popolazioni straniere (41). Le caratterizzazioni sinteticamente individuate si intrecciano a livello di sistema metropolitano bolognese con un pendolarismo complesso dei migranti che assume oggi una intensità particolare, sia in entrata, sia a livello di spostamenti intra e intercomunali, sia tra capoluogo e sistema metropolitano. Si disegnano fluttuazioni non sempre unidirezionali, che concorrono a individuare proprio alcune specificità del sistema bolognese caratterizzato da una complessità, forse sottovalutata, anche, in un recente passato, decisamente orientata verso forme inedite di stabilizzazione pendolare.

Nel corso dell’ultimo decennio osserviamo una graduale flessione della quota di stranieri residenti sia nel capoluogo, sia nei comuni della cintura, a cui corrisponde, invece, un incremento di tali presenze nelle aree di pianura e di collina-montagna, dove, oltre il 30% degli stranieri sono minorenni.

Interessante notare le spinte distributive disaggregando le aree di insediamento. A metà degli anni ’90, i ritmi di crescita più sostenuti hanno interessato la zona di montagna (+140,2%), la pianura (+126,2%). Oltre agli incrementi, sia pure più deboli, nell’area comunale di Bologna (+89,4%) e nella zona della prima cintura (+62,8%). Tali andamenti risentono anche del quoziente di natalità delle popolazioni straniere; nel comune di Bologna i nati costituiscono il 9,3% del bilancio demografico complessivo dei residenti stranieri, contro il 13% delle aree montane, il 15,3% della zona suburbana ed il 15,6% della pianura. Altro andamento, non di poco conto, nel delineare l’innovazione degli scenari è costituito dalle localizzazioni residenziali delle popolazioni straniere.

Nel periodo 1992-2000 la percentuale di donne straniere residente nella provincia è passata dal 36% al 47% del totale della popolazione straniera. Tale presenza, più rilevante nel capoluogo (48%) e nel suo hinterland, ha avuto un incremento relativo molto più incisivo nei comuni della provincia, soprattutto nella montagna e nella pianura dove si verificano i più significativi processi di riunificazione familiare.

Alla fine del 2000 (42) comincia a invertirsi una tendenza di lunga data, per cui il numero di immigrati stranieri che abitano in provincia superano quelli residenti in Bologna città, dove nell’ultimo biennio, la loro presenza è passata da 50,7% al 49,6%. In ragione di ciò individuiamo alcuni snodi del ragionamento.
a)Le modalità di diffusione stanziale nel sistema metropolitano bolognese sottolineano la criticità, delle traiettorie migratorie presenti fino a qualche anno fa, traiettorie che ora si presentano articolate, secondo una razionalità che tiene conto sempre più anche di inpout transnazionali.
Diffusione nelle aree più esterne del sistema metropolitano, concentrazioni in alcune aree, transitorietà delle permanenze costituiscono fluttuazioni significative, quali sensori sia di disfunzioni nella capacità integrativa del sistema metropolitano bolognese, sia di una dimensione sempre più globale dei problemi posti dai fenomeni migratori.
b) La consistenza e le implicazioni del fenomeno del pendolarismo delle popolazioni straniere costituisce un carattere non certo nuovo nella sostanza, ma forse nuovo nella sua attuale tipicità. Pendolarismo che problematizza la stanzialità lavorativa e abitativa che si presenta per alcuni gruppi nazionali con un massimo di coincidenza e di ravvicinamento e per altri con una sensibile distinzione di localizzazione territoriale. E questo in riferimento sia alla caratterizzazione dei gruppi nazionali sia a segmentazioni e distinzioni presenti anche nello stesso gruppo nazionale.
Quantitativamente tali uscite dal capoluogo negli ultimi anni sono state caratterizzate da un andamento crescente, con un picco massimo nel 1997, da una netta prevalenza maschile ed anche da una comune provenienza dai paesi dell’Africa, soprattutto dal Marocco e dalla Tunisia (43).
c) La destinazione, non necessariamente compresa tra i comuni del sistema metropolitano bolognese, è in relazione alla tipicità del gruppo nazionale.

A metà degli anni ’90, buona parte degli stranieri, lasciando il capoluogo, si insedia nella stessa provincia, alcuni, invece, in linea di massima cinesi, pakistani, jugoslavi, si dirigono verso i comuni vicini o verso altre province della regione o verso l’area settentrionale e il nord-est.

Ai fini del nostro ragionamento, è interessante analizzare la destinazione di tali flussi emigratori, che permette di disegnare aree prioritarie di approdo. Verso i comuni della provincia bolognese si dirige circa il 49% degli emigrati; il 14% circa si dirige verso altre provincie dell’Emilia Romagna ed il 15% verso l’estero. Ed ancora notiamo che oltre il 70% dei soggetti in uscita dal capoluogo si trova in una età anagrafica più matura rispetto a quanto rilevato per gli immigrati, presenta anche un grado di istruzione mediamente più elevato ed un consistente inserimento professionale; circa 71% è in condizione professionale soprattutto nel terziario e nell’industria.

Gli stranieri provenienti dall’Africa sono più numerosi, rispetto a quanto rilevato su scala provinciale in pianura (il 56%) e, soprattutto, nell’area montana (66%). Sostanzialmente in linea con il dato provinciale si delinea la zona suburbana (40%), mentre nel comune capoluogo si registra un livello inferiore (30%). Sono i cittadini del Marocco ad essere più densamente rappresentati nelle varie aree giungendo a costituire, nei comuni montani, quasi la metà di tutti gli stranieri residenti.
Diversamente, i cittadini dei paesi asiatici sono maggiormente rappresentati nel capoluogo, dove appunto il 35% dei residenti stranieri è di provenienza asiatica, e nei comuni della prima cintura (21%). Una loro minor rappresentatività si riscontra nell’area di pianura (13%), nell’imolese (10%) e nell’area montana (6%).

Tradizionalmente i fenomeni migratori e le trasformazioni da essi indotte assumono visibilità in ambito urbano, tuttavia nel caso bolognese rilevanza significativa presenta l’impatto demografico e sociale verificatosi proprio nei comuni suburbani. In questa nuova razionalità del fenomeno, ruolo strategico può assumere l’area del periurbano, configurandosi come area di mediazione delle molteplici traiettorie sia a livello di insediamenti, sia a livello simbolico di inpout locali e globali.
Le caratteristiche stanziali nel sistema metropolitano bolognese contrastano con le altre realtà urbane di Roma, Torino, Milano, Firenze, in cui invece si ha una forte concentrazione di popolazione straniera (44) nel capoluogo stesso. La crescita dell’espansione straniera verso l’area più esterna della provincia si conferma, anche, nella analisi della serie storica dell’ultimo decennio, (relativamente alla residenza della popolazione straniera nella provincia di Bologna) secondo cui nell’ultimo quinquennio la popolazione straniera residente nel capoluogo e nei comuni dell’hinterland è rapidamente calata fino a registrare, appunto, alla fine dell’anno 2000, una svolta significativa in tal senso. Contestualmente, il sensibile aumento della componente femminile e della presenza dei minori, contribuisce a sottolineare una diversificazione di percorsi migratori che diventano sempre più segmentati e modulati su esigenze individuali e nello stesso tempo denazionalizzati.

Si ipotizza, inoltre, che il pendolarismo centrifugo delle popolazioni straniere non si discosti più di tanto da quello delle popolazioni autoctone. Al flusso in arrivo di immigrati dall’estero (in ragione del quale nel capoluogo si registra un saldo migratorio positivo) si intreccia un altro fenomeno. Ossia considerando soltanto il movimento anagrafico tra comuni il saldo del capoluogo risulta negativo confermando una quota superiore di immigrati che lasciano il capoluogo verso altri comuni, rispetto a quelli che trasferiscono in essa la loro residenza.


5.La geografia residenziale

Ci pare che i movimenti, anche micro, di riallocazione residenziale costituiscano un aspetto non di poco conto per la lettura degli ambiti di instabilità degli ambienti metropolitani, che la contingenza storica che viviamo continua a produrre.
La fluidità territoriale, quale nodo nello sviluppo delle grandi città contemporanee, e l’ analisi della fruizione della città da parte dei gruppi etnici, come questione sociologica determinante, ci sono utili per interpretare alcune linee di mutamento urbano, a cui può riferirsi anche il processo di decision making dei gruppi stranieri.

Le nuove dinamiche di fruizione del tempo e dello spazio, da parte di tali gruppi, diventano un importante fattore della morfologia e dei modi di vita urbani che desedentarizzano gli uomini adattandoli ad una nuova fluidità nell’uso della città e ad una accresciuta instabilità sul territorio urbano, come conseguenza di un diverso rapporto con i luoghi di lavoro, di consumo, di residenza.

I residenti stranieri, rispetto alla popolazione complessiva, manifestano una maggior concentrazione nel centro storico. Risiede in questa area il 23% degli stranieri contro il 15% del totale della popolazione, a fronte del 76% e 85% rispettivamente nelle zone periferiche. Nel “centro”, quindi, l’incidenza straniera sale al 6,1%, contro il 3,4% delle zone periferiche; ed è anche più significativa la presenza di donne: 49,5% contro 46,7%.

In ogni caso va ricontestualizzata, alla luce sia di dinamiche insediative sempre più complesse, a cui non sono estranee anche variabili di tipo anagrafico e familiare, l’opinione diffusa che ritiene la città metropolitana “occupata” dalla componente, così detta, extracomunitaria, quasi a costituire una sorta di città delimitata.

Indubbiamente a livello di percezione diffusa, e forse di visibilità, il fenomeno esiste, se non altro per la risonanza che ha avuto in relazione probabilmente con il fenomeno della microcriminalità. In tal senso si è notato come le percezioni di paura connesse con le presenze straniere, soprattutto nelle aree urbane, hanno caricato progressivamente di tensione il rapporto immigrati/residenti al punto da costituire, oggi, un problema cruciale della già complessa questione interetnica e una emergenza dell’ordine pubblico.

In tal senso uno studio, condotto nell’area metropolitana bolognese, ha considerato il rapporto esistente tra presenze di gruppi stranieri e aree urbane, al fine di analizzare l’ipotesi di una connessione tra la fruizione, da parte di gruppi immigrati, di specifiche aree della città e la caratterizzazione di queste come aree di insicurezza, a livello di percezione dei residenti autoctoni (45).

La mobilità, sia simbolica sia materiale, dei gruppi stranieri (l’attraversamento dei confini, gli spostamenti tra città,…), l’abitazione in luoghi precari o di difficile individuazione, le attività economiche non sempre chiare ed evidenti, sono alcuni degli elementi che rendono lo straniero un soggetto “sconosciuto” nell’immaginario collettivo, a cui si possono associare cause di qualsiasi destabilizzazione.

L’indagine delle dinamiche insediative dei gruppi etnici richiede anche di considerare l’incidenza delle politiche abitative nel determinare le zone a maggior concentrazione di popolazione residente straniera.
Nell’ambito di un aumento diffuso di popolazione residente straniera, va sottolineata una flessione della propensione insediativa nel capoluogo a favore di incrementi nei comuni della provincia. Tali andamenti costituiscono elementi distintivi, in quanto la distribuzione dei residenti stranieri nell’area provinciale non coincide con le linee di tendenza espresse dalla popolazione autoctona.

Fino ad alcuni anni fa il capoluogo emiliano era meta preferenziale dei residenti stranieri (nel 1990 il 56% degli stranieri nella provincia di Bologna risiedeva nel comune capoluogo) (46), mentre le dinamiche di sprawl suburbano dell’ultimo decennio portano circa la metà delle popolazioni straniere nei centri della provincia

I comuni della cintura costituiscono un significativo polo di attrazione per la popolazione straniera, come pure, d’altra parte, per la popolazione locale. Tuttavia le tipicità distintive si evidenziano se consideriamo la diffusione di popolazione straniera nelle aree dei comuni collinari e montani, dove ormai si riscontrano consistenti insediamenti.
Infatti, nonostante i comuni della cintura riuniscano ancora la maggioranza relativa, un numero analogo di stranieri risiedono nei meno popolati comuni delle aree collinari e montane.

Il tasso di stranieri sulla popolazione totale nei comuni montani, è molto superiore a quello dell’insieme della provincia e addirittura a quello del capoluogo. Nelle aree montane si nota un forte ricambio della popolazione residente straniera, questo ci porta a ipotizzare che funzionino come aree di sosta per il ricongiungimento familiare.
In ragione di ciò si rilevano incrementi significativi di residenti nella pianura, area dove le famiglie straniere pare trovino condizioni per un insediamento più stabile.

La geografia residenziale, per certi aspetti, indica sensibili distinzioni tra le comunità immigrate, che orientano la propria residenza nel capoluogo, e quelle che optano per una diffusione sul territorio provinciale. Tendono a concentrarsi nel capoluogo popolazioni provenienti dalla Cina, dalle Filippine, da Sri Lanka e dal Bangladesh, tendenzialmente collegate ad attività economiche nell’area dei servizi. Nel complesso, dopo i gruppi provenienti dal nord Africa e dalle aree dell’ex-Jugoslavia, cinesi e filippini costituiscono i gruppi stranieri più diffusi nell’area.

Si tratta di comunità che, sia pur per motivazioni distinte, condividono la propensione a sovrapporre la localizzazione lavorativa a quella residenziale. Significativa, per la concentrazione della comunità cinese nel capoluogo, sia l’attività di ristorazione, sia l’attività artigianale (che assorbe la maggior parte della comunità), che si esplica in ambito urbano. In questa tipicità insediativa e lavorativa, costituisce variabile determinante la propensione di tipo culturale dei cinesi a costituire unità produttive all’interno di comunità etniche.

Diversamente le migrazioni filippine sono tipicamente associate al servizio domestico e ad una strategia migratoria avviata dalle donne, occupate come colf all’interno delle famiglie italiane. Alla possibilità di una casa in proprio è subordinata la riunificazione familiare o la costituzione di una famiglia in Italia. Conformemente ai gruppi cinesi e filippini, anche le popolazioni provenienti dallo Sri Lanka e dal Bangladesh trovano occupazione come collaboratore domestico e come addetto alla ristorazione.

Per quanto riguarda le migrazioni marocchina e tunisina è significativa la loro tendenza ad una presenza diffusa nei comuni dell’area provinciale. Nel caso dei gruppi marocchini va sottolineato come la localizzazione residenziale sia correlata al ricongiungimento familiare.

Il capoluogo costituisce, infatti, punto di approdo degli uomini soli che fruiscono in buona parte delle risorse abitative messe a disposizione dalla Amministrazione con la creazione dei centri di accoglienza, la maggioranza dei residenti marocchini è ospite di uno di questi centri. La presenza femminile risulta più diffusa, invece, nelle aree collinari e montane, dove tra i fattori di attrazione si presume possa essere il minor costo degli affitti.

Ancor più determinante è la presenza di strutture di accoglienza nella localizzazione residenziale delle popolazioni pakistane, fondamentalmente uomini e con scarsa propensione al ricongiungimento familiare (47).


6.Effetti mutativi delle dinamiche insediative

La morfologia sociale emergente è determinata dalle discontinuità etniche delle popolazioni che oggi gravitano sul sistema metropolitano e dalla instabilità delle fruizioni, da parte di questi stessi gruppi, che utilizzano in modo a volte incontrollabile la città e i suoi spazi pubblici.

Tale ipotesi ci consente di entrare in un altro snodo del ragionamento che evidenzia come la città possa essere intesa come insediamento denso e permanente di individui socialmente eterogenei (48). Ne deriva, quindi, uno spazio urbano come spazio conteso (49) in cui troviamo simultaneamente presenze diverse.

Se lo spazio urbano viene ipotizzato come spazio conteso, incontrollato e incontrollabile, non possiamo sottovalutare un altro aspetto del problema. Fino a qualche tempo fa prevaleva una dimensione socio-spaziale (strutturale), per cui tra organizzazione dello spazio e organizzazioni sociali esisteva una reciprocità che portava lo spazio pubblico ad essere territorio, poi luogo e contesto di identificazione (50).

Ora prevale un effetto di de-costruzione degli elementi di coesione socio-spaziale più consolidati (51), in virtù di ciò si rafforzano legami sociali di intesa nei mondi-della-vita nell’ambito di aggregazioni in cui il soggetto si riconosce e da cui è riconosciuto. Queste modalità comunicative ed aggregative consentono la coesistenza di due opposti fenomeni di intesa interna e di isolamento rispetto l’esterno (52).

L’allusione alla fluidità e alla discontinuità tra dimensione sociale e dimensione spaziale costituisce un piano di lettura del problema delle dinamiche insediative e residenziali che tendono a muoversi sempre più autonomamente rispetto a dinamiche strutturali, anche se queste possono esercitare un certo condizionamento.

Vale a dire che si stabilisce un gioco interattivo tra aggregazione sociale e spazio urbano, in virtù del quale i soggetti e le funzioni dei luoghi diventano, a seconda delle contingenze, di volta in volta riconoscibili. In tale prospettiva non è escluso, come già sottolineato, che si possano delineare fluttuazioni di instabilità nelle dinamiche residenziali e modifiche nella fruizione urbana con ricadute sulla prevedibilità dei paesaggi migratori.

Nei paesi occidentali la popolazione è stabile, o in crescita lentissima, il suo processo di concentrazione spaziale si è arrestato in seguito al fenomeno, variamente interpretato, ma non contestabile della contro-urbanizzazione, e tuttavia cresce, molto più che in passato, la domanda di spazio pro-capite (53).

Se nel passato tale tipo di domanda era finalizzata alla collocazione degli abitanti o alla produzione, oggi la domanda fondamentale di spazio, almeno nelle concentrazioni urbane, tende a spostarsi verso ambiti di fruizione e di infrastrutture a diretto servizio della popolazione. Il problema del consumo del suolo può configurarsi sempre più come problema di competizione nell’uso di esso e la competizione può tradursi in conflitto (54), nella negoziazione della diversità. Inoltre, il punto cruciale si trova non soltanto nella competizione tra usi per la residenza o per la produzione, o fra usi urbani e usi rurali, ma tra usi residenziali e di consumo diversi da parte della stessa popolazione, o tra usi richiesti dai vari gruppi di popolazioni.

Il ragionamento che intendo condurre, con riferimento prevalente alla realtà bolognese (55), attraverso una esplorazione delle gravitazioni dei gruppi e la loro distribuzione territoriale, evidenzia una trama di lettura del sistema insediativo che presenta discontinuità di tipo etnico e culturale. Tali differenze rimandano alla necessità di incorporare nell’indagine anche alcune variabili relative alla specificità culturale (la tendenza alla aggregazione etnica, l’eventuale propensione verso specifiche forme di attività economica,…).

Tuttavia la sovrastima dei fattori culturali può rivelarsi fuorviante se non si procede ad una rilevazione delle caratteristiche strutturali dell’area di insediamento e delle modifiche che sono intervenute (nuove destinazioni d’uso, ristrutturazioni edilizie, apertura o chiusura di esercizi commerciali, progetti di intervento da parte della amministrazione, possibilità offerte dal mercato della casa, interventi pubblici messi in atto in questo senso,…).

L’evoluzione delle localizzazioni residenziali presenta alcuni caratteri che dovranno essere attentamente esaminati per i loro effetti mutativi non solo a livello di micro insediamenti, ma anche a livello di intera area metropolitana. Le strategie di tali localizzazioni presentano andamenti che si esplicano all’interno di uno stesso gruppo etnico, secondo variabili temporali; ma anche nell’ambito di una stessa specificità etnica si ipotizzano compresenze di spinte localizzative sul territorio secondo propensioni di tipo economico; come pure si evidenziano tendenze aggregative di tipo etnico. A livello micro, gli impatti residenziali dei gruppi etnici si situano in un ambito di elevata complessità che rinvia certamente anche a variabili territoriali e a trasformazioni socio-economiche, ma rimanda anche ai complessi fenomeni che appartengono alle dimensioni comunicazionali e relazionali, sottolineando, forse, come siano esse ad incrementarli e ciò, sicuramente, ci complica notevolmente le cose. In questa ipotesi non può essere trascurato “il processo dinamico, in atto nelle comunità urbane, la sequenza di fasi eminentemente relazionali che si succedono nel tempo e nello spazio che è proprio di quel radicale mutamento sociale di cui le migrazioni sono contemporaneamente fonte e conseguenza” (56). Inoltre, anche gli studi sui fattori macro (economici, demografici, storici, politici, istituzionali,..) evidenziano come essi siano variabili che incidono e plasmano il profilo dei passaggi migratori, gettando ponti materiali e simbolici attraverso cui i soggetti si spostano da un luogo all’altro.

In riferimento a ciò riteniamo opportuno precisare come possa essere debole un approccio mirato esclusivamente sull’accesso del migrante in una specifica area socio-economica locale o sulle problematiche connesse con il suo impatto socio-culturale. In tale prospettiva il migrante pare esistere solo dal momento in cui “varca il confine”(per esempio), mentre la sua comunità di appartenenza viene situata in una sorta di sfondo più o meno sfumato, comunque neutro.
Diversamente l’analisi della connessione tra comunità di origine e comunità ospitante, potrebbe mettere “a fuoco, ad esempio, lo squilibrio strutturale che caratterizza le relazioni tra Nord e Sud del mondo e plasma in modo non irrilevante l’andamento dei flussi migratori internazionali” (57).

Sempre nell’ottica degli effetti mutativi attivati dai passaggi migratori, vanno sottolineati gli effetti dei social networks per le loro capacità di assumere ruoli cruciali nei percorsi migratori, ridefinendo anche le loro funzioni nel mutare delle condizioni.
Tali reticoli sociali strutturano e ri-strutturano le nuove morfologie comunitarie “attraverso il controllo e la gestione delle relazioni interpersonali, della loro durata, del loro contenuto, della loro direzione, del senso della connessione ed infine dei flussi di risorse e attività tangibili e intangibili che avvengono fra i membri grazie alla rete sociale” (58). Le funzioni sociali dei networks sono, sì, molteplici, ma sono anche in grado di ri-costituirsi in nuove modalità e in nuove forme negli ambienti sociali, culturali, economici diversificati rispetto a quelli del paese di origine. Per cui più che di polifunzionalità (come insieme discreto e numerabile di funzioni) è preferibile parlare di sovrafunzionalità, “nel senso che la rete sociale è potenzialmente capace di prendere in considerazione e assolvere compiti relativi ad un insieme determinato e non numerabile di bisogni” (59).

Tuttavia l’attività delle reti etniche, indubbiamente molto vitale e in larga misura differenziata a seconda dei gruppi, tende a svolgersi in buona parte nell’informalità. Inoltre, spesso, può essere frenata dalla dimensione dei gruppi, che, o perché troppo piccoli o troppo estesi, non riescono a dar vita a reti consistenti, e dai cleavage etnico-nazionali o religiosi. Risente, anche, non di rado dell’abbandono di coloro che riescono a raggiungere un certo successo e non sono più propensi a farsi carico dei loro connazionali che si trovano in difficoltà.

Queste, ed altre, situazioni rendono le reti etniche informali “poco adatte a rientrare nei canoni richiesti per partecipare a istanze concertative a livello locale, o a essere individuate come attori semi-istituzionali a cui affidare compiti di raccordo ed erogazione di servizi nei confronti degli immigrati. Si verifica pertanto, nell’esperienza italiana attuale, un visibile scollamento tra vitalità semi-sommersa di molte reti etniche e fragilità dell’associazionismo visibile e riconosciuto” (60).


7.Un orientamento di tipo ecologico

A nostro modo di vedere, sembra appunto prioritario recuperare le specificità etniche delle strategie localizzative in ambito urbano, al fine di evidenziare sia i dinamismi attivati dalle contiguità etniche, sia la permeabilità reciproca.
Si tratta di dinamiche insediative elaborate dai soggetti anche attraverso la negoziazione identitaria e sociale, sia per gli autoctoni sia per le popolazioni straniere, entrambi indotti a una lettura più cosciente delle proprie specifiche posizioni storiche. Inoltre, si tratta di vedere se le modalità insediative possono portare ad una organizzazione degli spazi di tipo sistemico in grado di allargare e sovrapporre gli ambiti propri di ogni gruppo etnico. La complessità di tali interazioni, anche dal punto di vista del métissage culturale, coinvolge relazioni di natura e intensità molto diverse. Si può in ogni modo sostenere che le dinamiche insediative hanno promosso il delinearsi di realtà socio-economiche estese, ossia organizzazioni umane in grado di sfruttare le risorse ambientali in modo trasversale.

Questo orientamento di indagine ritengo che implichi alcune opzioni metodologiche. Innanzitutto si tratta di assumere la complessità e le polarizzazioni interne al sistema metropolitano come riferimento prioritario, indubbiamente una ipotesi di questo tipo richiama l’opportunità di una impostazione di tipo ecologico per favorire una lettura dell’area in profondità, in quanto, similmente agli orientamenti di ricerca espressi negli anni ’20 a Chicago, “si conosce poco la città”. In una indagine a livello macro possono risultare sfumate le condizioni che strutturano la complessità del fenomeno. Considerando in tale ottica alcuni orientamenti relativi agli effetti mutativi, connessi ai percorsi migratori, vediamo che tali approcci tendono a situare le migrazioni come effetti di leggi economiche e spazio-temporali, spesso correlate alle ipotesi di pressioni demografiche differenziate tra le aree di arrivo e quelle di provenienza, ipotizzando uno squilibrio popolazione-risorse presente tra i poli migratori.

In ragione di ciò i soggetti insediati sarebbero “spinti fuori” dalle aree in cui lo sviluppo economico non è in grado di sostenere il ritmo di crescita demografica, alla ricerca di maggiori opportunità occupazionali. La variabile demografica e la variabile “gestione delle risorse” da parte delle popolazioni verrebbe a costituire un nodo cruciale nella lettura del mutamento dell’ambiente, che vede contrapposte molteplici ipotesi (61). Gli studi sulla carrying capacity, quale limite quantitativo raggiungibile da una popolazione su un determinato territorio grazie alle risorse locali a disposizione, sono stati integrati da numerose indagini che hanno focalizzato la complessità dei comportamenti umani che regolamentano la crescita delle popolazioni e il ruolo delle strategie adattive dei soggetti nella dinamica popolazione-risorse. Sempre nell’ambito delle teorie demo-economiche si riscontrano ipotesi interpretative critiche della cosìdetta “trappola maltusiana” e della successione ciclica di fasi d’aumento e di diminuzione numerica della popolazione dovuti alla scarsità delle risorse ambientali.

Alcune indagini, in riferimento ad aree africane, sostengono un legame positivo tra la crescita demografica e il progresso tecnologico ed economico, in grado di aumentare le risorse secondo la crescita numerica della popolazione, e questo per l’attivarsi di processi di produzione e consumo accelerati e per le maggiori probabilità di adattamenti innovatori assunti dalle popolazioni a forte crescita. Tuttavia tali impostazioni di analisi, se considerate singolarmente, ci sembra che non siano adeguate alle specificità e alle potenzialità di tutte le aree. In questa ipotesi ci pare che la correlazione direttamente proporzionale tra economia e incremento demografico difficilmente possa essere applicabile alla storia di alcuni paesi asiatici, per esempio, all’India.

Possono costituire utili strumenti interpretativi delle interferenze che si delineano nel rapporto tra demografia ed economia e delle strategie adattive che si attivano tra comportamenti demografici e organizzazione e fruizione delle risorse ambientali (62). Nell’ambito di questo approccio analitico, vi sono alcuni studi che pongono in correlazione diretta le fasi del processo di transizione demografica con i mutamenti ecologici conseguenti, che verrebbero a costituire una principale modalità adattiva dei comportamenti migratori.

Inoltre, non estranea ad una riflessione interpretativa degli scenari dei percorsi migratori è la focalizzazione di un carattere attrattivo e repulsivo presente in specifiche aree ed espresso in termini di differenziali economici e salariali. Tali interpretazioni si situano in una prospettiva di indagine orientata a individuare nella presenza di pull factors e di push factors variabili significative per le strategie di mobilità. In tal senso il punto nodale è costituito dall’ipotesi di uno squilibrio tra luoghi geografici, per cui le specificità delle aree cosìdette di partenza e di arrivo verrebbero ri-ordinate secondo logiche binarie di opposizione e di differenziali, che spingerebbero gruppi di popolazioni a muoversi tra i poli di questi campi di forze.
Ai fattori demografici ed economici si aggiungono ulteriori considerazioni sul peso di altre varianti degli equilibri di larga scala, che potremmo ritenere alla base degli orientamenti migratori. Tra queste, gli effetti delle legislazioni che regolano la permeabilità legale delle frontiere, i rapporti di tipo storico, anche nell’ambito delle complesse modalità di interazioni postcoloniali, che intercorrono tra paesi di partenza e di approdo, la formazione di “economie globali” con capacità attrattiva per alcuni segmenti delle popolazioni migranti, per non parlare della creazione degli immaginari collettivi legati ad attraenti modalità di vita occidentali.


8. Tipologie innovative di traiettorie migratorie

Ai molteplici modelli migratori non corrispondono altrettanti e specifici tipi di migranti. Ogni migrante, o gruppo di essi, attraversa diversi progetti migratori, oppure all’interno di uno stesso gruppo si possono individuare segmentazioni a livello di strategie e modalità migratorie.

Nell’ambito di una trasversalità che coniuga dimensioni di nazionalizzazione e di transnazionalizzazione non vanno trascurate alcune situazioni emergenti (63) messe in atto da gruppi migranti che stanno entrando nei circuiti economico produttivi.
L’insieme intercollegato della mondializzazione nei vari settori provoca la formazione di piazze offshore deterritorializzate, con la configurazione di dimensioni sradicate e senza legami privilegiati. Le nuove tecnologie hanno trasformato i mercati che funzionano in tempo reale come se fossero una unica piazza (64). In ragione di ciò l’obiettivo classico delle traiettorie migratorie, l’integrazione, modifica la sua priorità nell’ambito di una traiettoria che si è segmentata e transnazionalizzata aprendo spazi di modalità imprenditoriali nuove.

A tal fine si attivano le efficienti reti organizzative amicali e parentali e professionalità, (nuove o vecchie che siano), nell’ambito di una interdipendenza transnazionale tra i paesi di provenienza e di nuovo insediamento; diversamente dalle vecchie “piazze di mercato” luoghi concreti di città e di paesi. E questo con la richiesta di congrui indirizzi politici, di interventi e investimenti. Tale emergente fenomeno, indotto dalla rivoluzione mobiletica sta acquistando una sua specificità e potrebbe diventare, in un tempo non eccessivo e in modo dinamico, scrive Scidà, uno tra i pilastri del processo di modernizzazione di alcune aree, dando luogo a condizioni particolari che possono consentire alle stesse aree di inserirsi nel mercato globale come insieme di risorse territoriali, culturali, economiche uniche ed originali, per l’appunto locali
In tal senso possono essere efficaci i molteplici tipi di legami sociali strutturati in social network ed il loro ruolo attivato sia in riferimento al processo di decision making, sia alla scelta del luogo di destinazione della migrazione, sia alle modalità di insediamento nel paese di approdo. Tale prospettiva di indagine della mobilità umana, che dagli anni ’70 integra, nelle analisi sociologiche, approcci di indagine micro e macro, considera il soggetto migrante, come gruppo e come singolo, condizionato da interazioni personali e di gruppo. E’, quindi, con una rete di legami sociali e simbolici (famiglia, gruppo etnico, religioso,..) (65) che il soggetto migrante deve fare i conti nella definizione del suo progetto migratorio anche per quanto riguarda il luogo di destinazione. Considerare l’attivazione di un social network tra migranti ci consente di ipotizzare una trasformazione dello scenario, orientato ad una progettualità flessibile e segmentata, da un lato, e, dall’altro, il delinearsi di prerequisiti per il formarsi di comunità transnazionali. Già numerosi studi e ricerche confermano l’organizzazione, da parte di migranti, di relazioni sociali multistrato che connettono società di origine e di nuovo insediamento, tratteggiando ambienti sociali deterritorializzati che vanno al di là di confini geografici, culturali, politici. “Chiamiamo trasmigranti quegli immigranti i quali sviluppano e mantengono relazioni multiple-familiari, economiche, sociali, organizzative, religiose e politiche- che travalicano i confini” (66). L’importanza di questi legami personali tra i componenti della comunità è tale che si trasformano in una sorta di rete di reti che si dilata, a prescindere dai confini specifici, fino a costituire un prerequisito per la vitalità delle comunità transnazionali (67).

Complessivamente emergono dall’analisi dei permessi di soggiorno dinamiche orientate a inserimenti di questo tipo
Se da un lato crescono i “motivi” di famiglia, nello specifico i ricongiungimenti familiari, come abbiamo già sottolineato, dall’altro si registra un consistente incremento di permessi rilasciati per motivi di lavoro.

L’ipotesi che intendiamo argomentare è che le popolazioni straniere si pongono, quindi, come nesso centrale di una tensione tra de-nazionalizzazione e nazionalizzazione. In quanto nella prospettiva di uno scenario sempre più di tipo transnazionale, i migranti mantengono molteplici relazioni con il paese di origine, si tratta -scrive Scidà- di “una comunità senza prossimità” (68), con una notevole frequenza di rientri, a volte anche in funzione della loro stessa attività. Indubbiamente la nuova tipologia di migrante è costituita da gruppi di soggetti fortemente coesi e orientati verso due o più contesti nazionali, ma che collegano anche spazi sociali, economici, politici, culturali. Queste trasformazioni risentono, senza dubbio, delle nuove opportunità proposte dalla mobilità e dalle comunicazioni globali con una caduta della frizione dello spazio, aprendo quindi nuove prospettive di “comunità anche in assenza di prossimità geografica” (69). In ragione di ciò i gruppi immigrati vanno elaborando un senso di appartenenza non più secondo una dimensione strettamente nazionale. La naturale collocazione in uno spazio transnazionale porta a sovrapporre all’identità originaria quella della comunità di arrivo promuovendo, secondo Rosoli, una appartenenza nazionale composita, per cui i gruppi migranti sono artefici sia di un nuovo tipo di mobilità sociale e geografica, sia di “nuove forme di appartenenza, costruendo sintesi originali in un confronto costruttivo e in una prospettiva più universale” (70).

In ragione di ciò il sistema migratorio si pone come luogo di molteplici modalità combinatorie di legami sociali sia di tipo ascrittivo, sia costruiti e attivati dal soggetto nei più diversi ambiti sociali; ma anche di orientamenti di de-nazionalizzazione e di trans-nazionalizzazione, caratterizzandosi come interessante punto prospettico di un mutamento sociale e strutturale che si delinea nel periurbano bolognese, area della nostra ricerca. In quanto il sistema migratorio, da un lato, alimenta la ri-nazionalizzazione, mettendo in risalto, per esempio, l’importanza del controllo dei confini e le comunità nazionali, dall’altro, è radicato in una più vasta dinamica di transnazionalizzazione (degli spazi economici e dei collegamenti, per esempio.). Ossia si attivano nuove forme di adattamento di gruppi o comunità di migranti orientati ad uno sviluppo di networks transnazionali, coinvolgendo una rete di solidi legami sociali e simbolici. Le modalità combinatorie di queste traiettorie possono trovare nell’agire di alcuni gruppi (su base anagrafica, economica, nazionale,..) un inpout in un senso o nell’altro. Si può ipotizzare che il nuovo scenario porti a superare, sia pure in parte, la condizione di “uomo marginale” e di fragilità interiore del migrante per il “conflitto delle culture” e il conflitto “del sé diviso”, temi centrali negli studi sociologici, e non solo, in materia di migrazioni.

In quanto, come osserva Scidà, l’intenzionale doppia appartenenza del migrante transnazionale, che può operare in più società e culture, non è percepita come fase transitoria di forte debolezza in vista di una stabilizzazione e quindi di un suo superamento. Viceversa tale situazione di ambivalenza, di doppio riferimento, può costituire un supporto prezioso ad una comunità transnazionale al fine di investire le proprie risorse in termini di networks, di capitali finanziari e umani nella società globalizzata.


9.Nuove ipotesi di sviluppo delle aree collinari e montane

L’opzione è per una prospettiva di indagine che privilegi un approccio micro, senza tralasciare i contributi che possono essere recuperati dagli studi macro sui grandi scenari migratori. Nell’ambito della nostra ricerca vengono messi in evidenza diversi possibili percorsi di trasformazione delle strategie insediative che sembrano spostare gruppi di popolazione immigrata straniera verso zone del sistema metropolitano e in particolare verso le aree montane. L’ipotesi è che tali dinamiche possano costituire risorse per recuperare spazi di autonomia e capacità di azione a livello associativo e imprenditoriale da parte dei gruppi etnici.

I percorsi, espressi da tali gruppi, che saranno privilegiati nell’indagine sono quelli che dimostrano di essere in grado di ampliare margini di autonomia e di efficacia dell’azione imprenditoriale, recuperando e consolidando il patrimonio di risorse culturali, materiali e immateriali di cui la comunità montana si è venuta dotando nella sua storia.

L’ipotesi è che sia in atto un processo di innovazione nelle motivazioni e nei comportamenti dei diversi gruppi insediati e specificatamente dei gruppi di popolazione immigrata straniera, al punto che possa attivarsi sia un recupero della specificità dell’area, sia un possibile fattore di attrazione di nuovi gruppi di popolazioni.

Si tratta di analizzare tali meccanismi espansivi di insediamenti in rapporto anche alle dinamiche del sistema metropolitano nel suo complesso. Tuttavia, soprattutto le presenza di gruppi stranieri e l’avanzare di giovani generazioni immigrate, confermate dalle rilevazioni dei dati, apre nuove prospettive in funzione di uno sviluppo della comunità montana e del sistema metropolitano che presenta una complessa articolazione di soggetti attivi in grado di agire e produrre una scena più differenziata e composita sul piano socio-economico e culturale.

Parlare di un recupero di iniziative da parte delle comunità straniere insediate nelle aree montane significa dire che esse possono predisporre ciò che interessa direttamente loro come gruppo insediato, per la loro sopravvivenza e crescita, e possono anche consentire ad una comunità di montagna di perseguire obiettivi di sviluppo in diversificate condizioni economico-produttive e culturali.

Gli studi in corso evidenziano, in un orizzonte di diversità di gruppi etnici e di stimoli differenziati, gli spazi che possono aprirsi fruendo delle opportunità offerte dagli insediamenti di gruppi immigrati stranieri, in funzione di uno sviluppo autonomo e specifico dell’area montana, differenziato al suo interno, adeguato alle specificità locali, ambientali e culturali.


Note

1. Castles S., Miller M.J. (1993), The age of Migration. International Populations Movements in the modern World, Guilford Press, New York.
2. Scidà G. (2000), Visioni disincantate della società multietnica e multiculturale, in “Sociologia e politiche sociali”, n.3/2000, pp. 9 ss.
3. Già tra alcuni studiosi della Scuola ecologica di Chicago le migrazioni vengono considerate produttrici di sconvolgimenti e di cambiamenti sociali. Lo stesso Park attribuisce anche alle migrazioni una funzione importante nelle dinamiche del cambiamento sociale e culturale. Appunto come fenomeno sociale le migrazioni devono essere analizzate nei loro effetti macro, ma anche nella loro ricaduta sui soggetti; cfr. Park R.E., Race and Culture, The Free press of Glencoe, Collier-McMillan, London 1950.
4. Cotesta V., Lo straniero. Pluralismo culturale e immagini dell’Altro nella società globale, Editori Laterza, Roma-Bari 2002, p. 3 ss.
5. Latouche S., Prefazione, in Mander J., Goldsmith E., Glocalismo, Arianna Editrice, Bologna 1998, p.14.
6. Baudrillard J., Le mondial et l’universel, in “Libération”, 18/3/1996.
7. Sassen S., Migranti, coloni, rifugiati, Feltrinelli, Milano 1999.
8. Guidicini P., Landuzzi C. (1993), Tra nomadismo e radicamento. Storie di nuovi immigrati e di antichi residenti per una teoria dell’accettazione, FrancoAngeli, Milano; Landuzzi C.(1999), Insicurezza urbana e illegittimità spaziale dell’immigrato, in “Sociologia urbana e rurale”, n.60/1999; Landuzzi C.(1999), L’inquietudine urbana. Tre percorsi per leggere il cambiamento, FrancoAngeli, Milano.
9. Il carattere composito viene evidenziato anche dai molteplici schemi di riferimento con cui possono essere analizzati i dati e le informazioni desunte da indagini teoriche ed empiriche. Accanto a uno schema di riferimento sistemico-strutturale centrato sulle relazioni tra molteplicità delle appartenenze e propensione all’integrazione nella società di arrivo, si colloca quello dinamico processuale centrato sulla relazione tra immigrazione e sviluppo socio-economico, come quello “descrittivo” della network analysis si situa accanto a quello di tipo “normativo”, relativo all’orientamento delle politiche sociali delle società di arrivo nei confronti delle popolazioni immigrate (cfr.Scidà G. (1998), Alla ricerca di definizioni e confini di una disciplina, in Pollini G., Scidà G., Sociologia delle migrazioni, FrancoAngeli, Milano.
10. La categoria dei city users si riferisce, secondo Martinotti, a quei soggetti che, pur non risiedendo nell’area urbana, la fruiscono, consumando beni e servizi che si trovano in essa, cfr. Martinotti G. (1993), Metropoli, Il Mulino, Bologna.
11. Mela A.(1996), Sociologia delle città, La Nuova Italia Scientifica, Roma, p.187.
12. Gli anni ‘89-’90 si distinguono per il considerevole numero di nuovi ingressi (legge 943/86 e rispettiva sanatoria, legge Martelli 39/90) . I flussi in declino registrano nuovi rialzi, sia pure più contenuti, in concomitanza con la regolarizzazione disposta dal Governo Dini (legge 489/1995 e legge 617/1996), con l’approvazione di una legge organica sull’immigrazione (n.40/1998) e con un’altra regolarizzazione con il decreto legislativo 113/1999.
13. Secondo i dati forniti dalla Caritas si registra nel 1996 un +35,2%, nel 1999: +22,9%.
14. In Emilia Romagna vi sarebbero 137 mila immigrati soggiornanti, il 20% in più rispetto alla cifra indicata dal Ministero dell’Interno, secondo cui vi sarebbero 113.048 immigrati all’1 gennaio 2001 su un totale di 1.388.153 immigrati soggiornanti in Italia (secondo fonti Caritas sarebbero almeno 1.686.000). Altre regioni che hanno avuto incrementi particolarmente consistenti sono: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Campania, Puglia, Basilicata.
15. Cfr. Bernardotti M.A. (a cura di), Con la valigia accanto al letto. Immigrati e casa a Bologna, FrancoAngeli, Bologna 2001.
16. Le aree di maggior concentrazione si trovano nel NordOvest: 31,2% e nel Centro: 30,5% (Fonte: dati Caritas).
17. Ci riferiamo ad una indagine sulle migrazioni femminili marocchine nell’area metropolitana bolognese durante la quale sono state effettuate interviste in profondità mirate ad analizzare le motivazioni ad una emigrazione individuale da parte di donne marocchine.
18. Bernardotti M.A. (a cura di), ibidem, p.61 ss.
19. Secondo l’Anagrafe del Comune di Bologna, 3.380 stranieri vivono in nuclei unipersonali (30,8%) e 6.796 in famiglie con più di un componente (61,9%).
20. Una decina di anni fa si registrava il 23,5% di uomini e il 2,6% di donne ospiti di “convivenze”.
21. Negli ultimi 5 anni si è passati dal 60% al 65% del totale dei residenti stranieri in famiglia. Tuttavia questo non significa che sia diminuito il peso degli stranieri singoli, che rappresentano lungo questi anni il 30% circa del totale. A questi si deve aggiungere la quota di immigrati in “convivenze” anagrafiche, in calo in quanto a peso relativo (oggi meno del 6% dei residenti), ma costante in quanto al numero di persone coinvolte (Osservatorio delle immigrazioni, Comune di Bologna).
22. Si rilevano 405 nuclei, nella comunità filippina, che rappresentano il 18,4% del totale dei nuclei stranieri; 298 tra i marocchini e 232 tra i cinesi.
23. Fonte: Anagrafe del Comune di Bologna.
24. Vicarelli G. (a cura di), Le mani invisibili. La vita e il lavoro delle donne immigrate, Ediesse, Roma 1994.
25. Declinate al femminile risultano, nella seconda metà degli anni ’90, le presenze numericamente più rilevanti dal continente americano, Brasile e Perù, la comunità etiope e quella somala. Diversamente, sono caratterizzati da una prevalenza di residenti maschi i gruppi originari da Senegal, Tunisia, Bangladesh e Pakistan. Coinvolta in una progressiva riduzione della componente maschile risulta essere la comunità marocchina e quella albanese, mentre, sul versante opposto, si ha la lenta erosione della componente femminile nell’ambito della comunità filippina.
26. Alla fine degli anni ’90 l’indice di mascolinità era 159 contro il 230 di Bologna.
27. Le donne marocchine erano nel 1998, 2.111; nel 2000, secondo i dati dell’Osservatorio della Provincia di Bologna, erano 3.048.
28. Nel corso del 2000 sono nati 717 bambini da genitori stranieri, corrispondenti al 9% delle nascite nella provincia. Specificatamente nella città di Bologna, i bambini in età compresa tra 0 e 2 anni sono circa il 10%; quelli tra i 3 e i 5 anni corrispondono all’8,4%; i bambini nella fascia di età della scuola elementare corrispondono al 7%.
Nel corso dell’anno scolastico 2000-2001, 218, cioè il 10% del totale dell’utenza, sono stati i bambini che hanno frequentato i nidi nel capoluogo e 525 hanno frequentato la scuola materna nello stesso periodo. Si conferma una presenza straniera sempre più consistente anche nella scuola dell’obbligo. Il 6% del totale degli studenti è costituito da ragazzi stranieri che frequentano le elementari (1.890) e le medie (1.100). La loro presenza inizia ad essere visibile anche nelle scuole superiori, frequentate nel 2000-2001 da 554 allievi stranieri, cioè il 2,1% del totale degli studenti.
29. Ramírez A., 1998 tesi
30. Specificatamente i bambini compresi tra 0 e 2 anni costituiscono il 4,4% degli stranieri, contro l’1,9% rilevato tra la popolazione bolognese, mentre i bambini di età 3-5 anni costituiscono il 3,2%, contro l’1,8% rappresentato dai bambini bolognesi di 3-5 anni (Comune di Bologna, Settore Pianificazione e Controllo). La giovane struttura per età della popolazione straniera motiva, consequenzialmente, anche la forte incidenza delle nubili e dei celibi, infatti questi ultimi rappresentano il 59,2% e le nubili il 54,3% delle popolazioni straniere; si tratta di andamenti che divergono sensibilmente da quelli della popolazione locale dove i celibi costituiscono circa il 40,8% e le nubili il 32,8%. In alcune comunità straniere si riscontra una rilevante consistenza dei celibi, è il caso dei tunisini (72%) e degli albanesi (70,3%) (Osservatorio delle Immigrazioni, Provincia di Bologna).
31. Cfr.A.Bagnasco (1999),Tracce di comunità. Temi derivati da un concetto ingombrante, Il Mulino, Bologna.
32. Bagnasco A., op.cit., pp.148-149.
33. Cfr.Sassen S.(1997), Le città nell’economia globale, Il Mulino, Bologna; Magnier A. (1996), L’Europa delle grandi città, CEDAM, Padova.
34. Cfr.Sassen S., op.cit.; Magnier A., op.cit.; Guidicini P., Landuzzi C. (1993), op.cit.
35. Scidà G., Visioni disincantate della società multietnica e multiculturale, in “Sociologia e politiche sociali”, n.3/2000.
36. Cfr.Bernardotti M.A. (a cura di), Immigrati a Bologna: i numeri, le tendenze, in “Osservatorio delle Immigrazioni”, Provincia di Bologna, n.1/2001.
37. Le difficoltà di tali analisi si sono espresse nelle diverse prospettive di indagine che si sono confrontate/scontrate nello studio delle migrazioni. Da un lato esse sono state considerate come fenomeno del tutto disembedded (Polany, Scidà) dalla società e dalle relazioni sociali che la costituiscono e dall’altro profondamente embedded e dunque condizionati dal contesto sociale. L’approccio strutturale, per altro presente anche nella scuola di Chicago, in particolare nelle indagini di W.L. Warner, riportava agli squilibri produttivi, distributivi, geografici la direzione e l’entità delle correnti migratorie (Spengler, Myers). Dopo una fase iniziale di sudditanza teorica da questi tipi di approccio strutturale, sono state considerate altre categorie sempre più sociologiche, cfr.Pollini G., Scidà G. (1998), Sociologia delle migrazioni, FrancoAngeli, Milano.
38. Sgroi E. (1997), Mal di città. La promessa urbana e la realtà metropolitana, FrancoAngeli, Milano.
39. Sassen S., op.cit.
40. Il tasso di stranieri sulla popolazione complessiva si attesta intorno al 3,1% al 1-1-2000.
41. Poco meno della metà degli stranieri, residenti nella provincia di Bologna, abita nella città capoluogo (16.190), il restante è diffuso nei comuni del territorio provinciale (16.440). Tra i 60 comuni bolognesi, 21 accolgono più di 300 residenti stranieri. Con più di 500 residenti stranieri troviamo, oltre a Bologna, Imola, Casalecchio di Reno, San Lazzaro di Savena, San Giovanni in Persiceto. Dal punto di vista dell’incidenza degli stranieri sul totale della popolazione, significative sono le aree montane e alcuni comuni dell’imolese.
42. Gli stranieri residenti (32.630) nella provincia di Bologna costituiscono il 3.5% della popolazione totale.
43. Dal punto di vista della cittadinanza, tra gli emigrati stranieri, sono anche rappresentati i paesi dell’Asia (27,4%), nello specifico risultano cancellati dal registro della popolazione bolognese, sempre nel periodo 1993-’97, 200 cinesi, 148 filippini, 109 pakistani, 63 iraniani, 61 dallo Sri Lanka (Osservatorio delle Immigrazioni, Provincia di Bologna).
44. Alla fine del 1999 risiede nel capoluogo l’82,2% degli stranieri residenti nella provincia di Roma; il 69,4% degli stranieri residenti nella provincia di Torino; il 68,2% degli stranieri residenti nella provincia di Milano; il 56,1% degli stranieri residenti nella provincia di Firenze (Osservatorio delle Immigrazioni, Provincia di Bologna).
45. Landuzzi C.(1999), L’inquietudine urbana, FrancoAngeli, Milano.
46. Anderlini F. (1995), Sprawl suburbano e gruppi sociali. Anatomia dell’area bolognese come “città vasta”, in “Metronomie”, n.2-3/1995.
47. Bernardotti M.A., op.cit.; Bernardotti M.A., Gualandi R., La popolazione straniera residente nella provincia di Bologna. Rilevamento degli anagrafi provinciali, in “Società Multietnica”, n.8/1995.
48. L.Wirth proponendo una definizione della città sociologicamente significativa sottolinea alcune variabili (dimensione dell’insediamento, densità ed eterogeneità) rilevanti solo quando operano come fattori condizionanti della vita sociale, cfr. Virth L. (1998), L’urbanesimo come modo di vita, Armando, Roma.
49. Cori B. (1999), La competizione per l’uso del suolo nelle aree metropolitane, in Martinotti G. (a cura di), La dimensione metropolitana. Sviluppo e governo della nuova città, Il Mulino, Bologna.
50. Cfr.Sgroi E., op.cit.
51. Cfr.Mela A., Sociologia della città, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996.
52. Mazzette A. (a cura di), (1998), La città che cambia.Dinamiche del mutamento urbano, FrancoAngeli, Milano.
53. Cfr.Cori B., op.cit.
54. Cfr.Hannerz U. (1992), Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Il Mulino, Bologna.
55. Facciamo riferimento ad una nostra ricerca in corso nel periurbano bolognese.
56. Scidà G.(1998), Indagini italiane di sociologia delle migrazioni, in Pollini G., Scidà G., Sociologia delle migrazioni, FrancoAngeli, Milano, pp.312 ss.
57. Scidà, ibidem, pp.312 ss.; Perrone L. (a cura di), (1995), Porte chiuse. Cultura e tradizioni africane attraverso le storie di vita degli immigrati, Liguori, Napoli.
58. Scidà G.(1998), op.cit.
59. Donati P.(1988), Tra “Gemeinschaft” e “Gesellschaft”: le reti informali nella società contemporanea, in “Annali di Sociologia”, n.1, p 248 ss.
60. Ambrosini M. (2000), Senza distinzione di razza. Terzo settore e integrazione degli immigrati, in “Sociologia e politiche sociali”, n. 3/2000, pp127 ss.
61. Cfr.Scidà G., Pollini G. (1993), Stranieri in città. Politiche sociali e modelli di integrazione, FrancoAngeli, Milano; Pollini G., Scidà G. (1998), op.cit.
62. Cfr. Livi Bacci M., Veronesi F. (a cura di), Le risorse umane del Mediterraneo, Il Mulino 1990.
63. Cfr Pollini G., Scidà G., Sociologia delle migrazioni, FrancoAngeli, Milano 1998.
64. La rotondità della terra –scrive Dolfus Olivier- interviene con un “sole” che non tramonta mai sui funzionamenti continui dei mercati, degli uffici a seconda della loro posizione sul pianeta; Olivier D., La mondalisation, Presses de Sciences Po, Paris 1997.
65. Si fa riferimento ad una specifica ricerca condotta nel sistema metropolitano bolognese, Guidicini P., Landuzzi C., Tra nomadismo e radicamento. Storie di nuovi immigrati e di antichi residenti per una teoria della accettazione, FrancoAngeli, Milano 1993.
66. Si fa riferimento a Basch L., Glick Schiller N., Szanton Blanc C., Nations Unbound: Transnational Projects, Post-colonial Predicaments, and Deterritorialized Nation-States, Gordon and Breach, Langhorne 1994, cit. in Scidà G.(a cura di), I sociologi italiani e le dinamiche dei processi migratori, FrancoAngeli, Milano 2000, pp. 28 ss.
67. Scidà G., Pendenza M., Comunità transnazionali e capitale sociale: due concetti promettenti ma delicati, in Scidà G.(a cura di), ibidem; pp. 25ss.
68. Scidà G., cit.
69. Scidà G., Pendenza M., Comunità transnazionali e capitale sociale: due concetti promettenti ma delicati, in Scidà G.(a cura di), I sociologi italiani e le dinamiche dei processi migratori, FrancoAngeli, Milano 2000; Globalizzazione, mobilità spaziale e comunità transnazionali, in “Sociologia urbana e rurale”, n.58, 1999, pp.57-89.
70. Rosoli G., 1997:176 cit in Scidà p.32 xxxxxx

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